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Dalla produzione al marketing: come valorizzare i dati IoT

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 08 dicembre 2017
 

I dispositivi IoT sono una formidabile fucina di dati. Dalle informazioni sul funzionamento dei device a quelle sulle abitudini degli utenti, passando per il monitoraggio di interi processi produttivi, l’Internet of Things mette oggi a disposizioni delle aziende decine e centinaia di dataset che, se raccolti e analizzati a dovere, sono in grado di garantire un valore aggiunto a tutta la catena di produzione e vendita. La grande sfida posta dall’evoluzione dei dispositivi smart (contatori energetici, macchinari industriali, auto connesse, ecc.) risiede proprio nella valorizzazione dei dati generati.

Un processo che, sottolinea uno studio degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, sta assumendo un’importanza crescente soprattutto alla luce di alcuni trend: la fornitura di dati utili ad ampliare l’offerta; l’utilizzo crescente che i grandi player, dagli OTT a quelli tradizionali, fanno delle informazioni digitali per orientare le proprie strategie; il fermento delle startup focalizzate sulle soluzioni IoT. Secondo il report del Polimi sono cinque gli schemi di valorizzazione dei dati generati dall’Internet of Things.

IoT, il valore aggiunto dei dati dalla fabbrica al negozio

Il primo riguarda l’ottimizzazione dei processi interni, con ricadute positive in termini di aumento dell’efficienza (riduzione di costi e tempi) e di efficacia (servizio clienti). Grazie all’IoT, spiegano gli esperti degli Osservatori, è possibile ad esempio monitorare in tempo reale il funzionamento di un impianto produttivo, raccogliendo dati utili a introdurre nuove logiche di manutenzione predittiva per limitare i fermi di produzione. Non solo: qualora il guasto si verifichi lo stesso, la diagnosi dei dati raccolti consente comunque di agire più rapidamente del normale. Possibilità che aggiungono benzina nel motore dell’industria 4.0.8

Il secondo campo d’azione riguarda la possibilità di creare nuove generazioni di prodotti e servizi, sfruttando i dati sull’utilizzo dei device smart da parte degli utenti nel processo di sviluppo delle versioni migliorative, riducendo i difetti ricorrenti e migliorando l’usabilità. Tramite sensori distribuiti all’interno dell’oggetto, per esempio, si può capire quali componenti si usurano o arrivano a rottura più facilmente. Oppure, nel caso dei servizi, orientare la ricerca e lo sviluppo sulle funzioni maggiormente utilizzate dagli utenti evitando sprechi di tempo in fase di progettazione.

Il terzo schema di valorizzazione riguarda sempre i prodotti e i servizi, ma con un focus specifico sulla personalizzazione. Un’attività resa più agevole dall’analisi dei dati raccolti, che aiutano a intercettare in modo mirato i bisogni della clientela. Ciò che avviene sul web tramite i cookie può avvenire anche nel mondo fisico, tramite lo studio dei big data raccolti dall’utilizzo dei dispositivi IoT. È il caso, ricorda il report, di una utility che sulla base dell’andamento dei consumi energetici di un’abitazione può fornire consigli utili agli utenti per evitare gli sprechi. Le esigenze del consumatore conquistano così il centro dell’offerta aziendale.

La monetizzazione dei dati non decolla: pochi vantaggi percepiti dagli utenti

Bisogna sottolineare che questi schemi di estrazione di valore aggiunto dalle informazioni non sono ugualmente diffusi e maturi. Secondo le rilevazioni degli Osservatori Digital Innovation le strategie più diffuse sono quelle di ottimizzazione dei processi (75%) e di nuova generazione di prodotto e servizio (49%). Segue al terzo gradino del podio la personalizzazione (26%), mentre la monetizzazione dei dati e il canale advertising & commerce risultano ancora in una fase embrionale, con percentuali di utilizzo rispettivamente del 4 e del 2%.

Il motivo, spiega il report, risiede nella tradizionale riluttanza a cedere i propri dati personali a meno di ricevere vantaggi concreti. La maggiore sensibilità nei confronti dei temi della privacy ha amplificato questo sentimento, rendendo ancora più complicato per le aziende raccogliere le informazioni sulle abitudini dei consumatori. La sfida è rendere il vantaggio derivante dalla cessione dei dati manifesto e tangibile. La chiara percezione è già e sarà sempre la leva determinante per superare la reticenza degli utenti.

Fonte: http://www.internet4things.it

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Riepiloghiamo: cloud computing – cos’è, a cosa serve e quali vantaggi offre alle imprese.

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 04 dicembre 2017
UNA DELLE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE PIÙ IMPORTANTI,
SOPRATTUTTO PER L’INDUSTRIA 4.0,
MA ANCORA TROPPO POCO CONOSCIUTA.

È leggero come una nuvola ma fornisce servizi che renderebbero i nostri pc pesanti come macigni. È il cloud computing, una delle innovazioni tecnologiche più importanti, ma anche meno conosciute. Per quanto non tutti sappiano spiegare cosa sia, è una realtà molto diffusa e destinata a esserlo sempre di più. È infatti una delle caratteristiche dell’industria 4.0


Una definizione di Cloud computing:
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i parla di cloud computing per riferirsi a una serie di servizi che vengono erogati in Rete. Ancor più semplicemente, la “nuvola informatica” è quella che consente di accedere a risorse IT senza bisogno di scaricare programmi o occupare memoria sul nostro pc. Con il cloud computing, si può accedere a programmi, conservare e gestire interi database, ci si può garantire una maggior potenza di elaborazione, tutto questo via internet, tramite una piattaforma di servizi cloud e pagando in base al consumo.


I vantaggi della nuvola informatica

Per capire quando sia diffuso e quanto sia forte la nostra dipendenza da questa nuvola, basterà dire che è il cloud computing che ci consente di condividere foto da qualsiasi device, senza scaricare nessun programma in particolare, semplicemente accedendo a un social network con le nostre credenziali, cioè ID e password. La tecnologia che utilizziamo in quel momento non è nel nostro pc, tablet o smarphone: è su una “nuvola”, appunto.
Accedendo a una piattaforma cloud, si possono fare operazioni che richiederebbero l’impiego di buona parte della Cpu del nostro pc oppure di parte del disco rigido, di memorie esterne ecc….servendosi semplicemente di un browser.


Cloud computing e il guadagno delle aziende

Per un’azienda, è facile capire dove sia il guadagno. Le piattaforme cloud consentono di evitare di spendere soldi nella realizzazione e nel mantenimento di una propria rete IT. In questo modo, le spese in hardware, software, aggiornamento, gestione e protezione della rete si abbassano considerevolmente. Ci si serve di una piattaforma e si paga in base all’utilizzo che ne fa.
E se nel tempo le necessità aziendali cambiano? Queste piattaforme garantiscono la scalabilità, termine con il quale ci si riferisce alla capacità di un sistema informatico di diventare più grande e più complesso, cioè di fare operazioni più avanzate e gestire quantità di dati più elevate oppure al contrario di ridurre la propria performance.
Alle aziende, le soluzioni cloud e il risparmio che ne può derivare, consentono di poter essere più produttive, di avere una struttura più snella, di contare su un servizio veloce e sicuro, grazie ai back up costante dei dati. Inoltre, manager e dipendenti possono accedere alle risorse aziendali da qualsiasi computer, in qualsiasi momento.

Fonte: http://www.businesspeople.it

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Data center italiani proprietari, ma anche performanti e sicuri. Sarà vero?

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 24 novembre 2017
 

Data center italiani ben presidiati, performanti ma anche sicuri. A raccontarlo agli analisti di Digital360 un campione di 100 aziende, appartenenti a diverse aree geografiche e a più settori. Dalle risposte emerge come ci sia grande ottimismo tra i CIO italiani: il 96% delle aziende si dice convinto che i propri data center siano pronti a supportare la digital transformation in atto.

Più di 7 aziende su 10 (74%) ha un data center proprietario (on premise o virtuale) su cui i CIO esprimono giudizi molto positivi. La mappatura del livello di soddisfazione ha considerato diversi aspetti. Sulla gestione dell’alimentazione, ad esempio, il campione si ritiene mediamente (53%) o molto soddisfatto (37%). Sulla gestione delle macchine (storage, server, appliance) il panel afferma di essere mediamente (52%) o molto soddisfatto (39%). Sulla gestione del parco applicativo i CIO si ritengono abbastanza (50%) o molto soddisfatti (40%). Anche sulla gestione delle postazioni di lavoro le imprese si dicono abbastanza (53%) o molto soddisfatte (39%).

Le numeriche, avvertono gli analisti, non devono però fuorviare la capacità di osservazione.

“Il quadro che esce dalla survey è la lettura di una situazione attuale complessivamente piuttosto positiva – ha spiegato Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico Osservatorio Cloud & ICT as a Service del Politecnico di Milano -. In un quadro prospettico, la situazione potrebbe essere però meno adeguata rispetto a quanto emerge dalle risposte. Guardando più in dettaglio i criteri di scelta relativi al cloud, la fotografia è che quasi la metà del campione non abbia interesse e, quando c’è è comunque sempre in modalità privata: solo 5 aziende su 100 accolgono l’idea di una migrazione delle proprie infrastrutture IT al cloud pubblico. L’impatto della trasformazione digitale e dei trend associati all’Industria 4.0, tra cui l’utilizzo del cloud pubblico soprattutto per le componenti più innovative e ad alta dinamicità, risulta ancora sottostimato”.

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Data center italiani: il cloud in valutazione

Parlando di data center italiani in cloud, solo il 26% delle aziende intervistate al momento ha un’infrastruttura allocata sulla nuvola e, di questo, solo il 10% in modalità public cloud. L’analisi rivela però che il 46% delle imprese è disposta a valutare la possibilità di una migrazione delle infrastrutture IT: in dettaglio il 25% delle organizzazioni italiane intervistate è propenso a scegliere l’hybrid cloud, il 16% una forma di private cloud e il 5% un modello di cloud pubblico.

Gli esperti ribadiscono come il cloud sia una scelta strategica, in quanto costituisce la piattaforma abilitante della trasformazione digitale, in un contesto in cui la crescente consapevolezza delle opportunità ad esso connesse permette oggi un utilizzo diffuso a molti ambiti della catena del valore dell’organizzazione. Pensiamo anche solo all’e-commerce e ai nuovi temi della disruption, che stanno portando le persone a utilizzare il trinomio mobile, app e cloud con una disinvoltura tale da aver portato i più innovatori a inventare nuovi servizi e a creare business che fino a ieri non esistevano.

“Immaginare le infrastrutture delle aziende italiane già pronte a cambiamenti di questa portata – ha sottolineato Mainetti -, è poco verosimile. Il rischio è quello di dover affrontare le prossime sfide, connesse alla digital transformation, senza aver una corretta base di competenze e di flessibilità infrastrutturale. Il fatto che la prevalenza del campione intervistato ritenga che i propri data center siano molto adeguati (47%) o abbastanza adeguati (49%) a supportare l’evoluzione del business ha, però, una sua chiave di senso: le risposte sono state date da chi si occupa di gestire le infrastrutture e dall’IT che, per ruolo e per natura, sono le figure che lavorano per renderle affidabili e sicure. In questo ambito i progetti evolutivi sono eventualmente rivolti al consolidamento e sono meno orientati alla sperimentazione del cloud pubblico. Se le stesse domande fossero state poste a direzioni di business volte al mercato o all’innovazione, i dati raccolti sarebbero stati probabilmente diversi”.

Gli analisti hanno poi esplorato le motivazioni che costituiscono un freno alla migrazione in cloud delle infrastrutture aziendali: al primo posto viene indicata ancora la sicurezza, da quasi la metà delle aziende (48%), seguita dai problemi associati alla connettività (20%) e alle criticità rispetto alle performance e all’affidabilità (17%). Significativo anche il fatto che l’8% delle organizzazioni adduca come ostacolo al cloud la perdita di presidio rispetto alla propria infrastruttura. La risposta, infatti, mette in evidenza come i modelli del Data Center Software Defined, dello IaaS e del Paas richiedano di continuare l’opera di evangelizzazione portata avanti da consulenti e provider.

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Sicurezza nel mirino ma permangono diversi gap culturali

La ricerca, in dettaglio, indica come i tre principali freni all’adozione della nuvola siano legati ai temi della sicurezza e della business continuity. Esiste, infatti, una correlazione diretta con il fatto che il 75% dei data center italiani siano proprietari e come il 95% delle aziende affermi di avere livelli di sicurezza molto adeguati (48%) o mediamente adeguati (47%) a garantire la business continuity e la protezione dei dati. Il cambio di marcia del cloud destabilizza la governance.

“Proteggere i dati è una cosa, la business continuity un’altra. I limiti della sicurezza sono le vision: logiche, priorità e approcci diversi e non sempre funzionali – ha ribadito Luca Bechelli, Membro del Comitato Tecnico Scientifico CLUSIT e consulente indipendente per la sicurezza informatica -. È sempre un problema culturale: non ci si aspetta dal sistema informativo che certe informazioni debbano essere controllate e verificate. Si tollera che il sistema informativo possa sbagliare. Mancano un’analisi corretta: quanto è corretto il dato? Quanto è tempestivo? Che misure ho adottato per dirmi se il dato è stato alterato da una frode, acceduto da chi non è autorizzato? Solo con le giuste domande si possono mettere in campo approcci risolutivi. Queste tematiche legate alla sicurezza oggi sono molto disattese. In realtà sono poche le imprese che presidiano realmente la qualità dei dati. I livelli di riservatezza e di integrità dovrebbero far riferimento a criteri adottati di data governance e di data quality supportati da strumenti capaci di misurare e rendere trasparente la tolleranza e la correttezza dei flussi. Invece oggi si continua a ritenere che con un po’ di autenticazione degli utenti e account nominali si sia risolta la protezione delle informazioni. Avere contezza dei dati, invece, non è affatto scontato ed è fuori dal perimetro dei controlli che applica la maggior parte delle aziende. Quante hanno fatto un’analisi dei rischi vera e propria per capire l’adeguatezza delle misure? Dire “nessuno ha toccato i dati” finché sono rimasti intonsi non significa avere una buona sicurezza. Fare le opportune verifiche rispetto alle minacce che ci sono oggi e dimostrare di avere adottato misure adeguate non è ancora una cosa che le aziende hanno interiorizzato”.

L’esperto sottolinea come, parlando di cybercrime e di sicurezza aziendale, il 38% di risposte non sia una percentuale di protezione alta. È basica, perché non riflette una metodologia capace di affrontare le minacce nella loro evoluzione a capacità infinita.

“Che quasi il 49% delle aziende abbia una figura dedicata alla gestione della sicurezza che risponde al top management – conclude Bechelli – è invece un dato positivo. Che la sicurezza sia un tema del board e non dell’IT, infatti, è un bel segnale di maturità aziendale. Vuole dire che la direzione ha visibilità e commitment per intraprendere decisioni e scelte utili a disegnare servizi strategici e magari anche più appeal. Quel 49% delle imprese che ha una figura dedicata alla gestione della sicurezza che risponde al CIO, infatti, rivela una strategia meno efficace. La questione è il conflitto di interessi del CIO, la cui mission è spendere meno, rendere tutto più efficiente e proteggere le informazioni rimanendo nei budget. Rispetto alle risposte legate ai livelli di sicurezza adeguati a garantire la continuità operativa e la protezione dei dati, che la prevalenza delle risposte si collochi in alto è una conferma del fatto che le aziende hanno investito su questo aspetto da tempo: business continuity e disaster recovery sono stati i primi passi della governance consapevole. Sulla sicurezza invece ho dei dubbi: che il 47% risponda con una valutazione 4 e un 48% risponda con una valutazione 5 andrebbe approfondito. Nelle aziende, infatti, c’è una certa inconsapevolezza rispetto alle basi su cui debba essere fondata la protezione dei dati. Anonimizzazione, crittografia, solo per citare due approcci: a quale livello sono applicate? Il GDPR aiuta a definire l’asticella su cui andrebbe misurato il livello di adeguatezza sul livello di protezione dei dati. Il vero problema è che in Italia siamo fermi a best practice obsolete”.

In conclusione, i ricercatori mettono in luce come le imprese italiane oggi sperimentano disservizi per motivi tecnici più che per i furti di dati (anche perché spesso non sono coscienti di aver subito perdite di questo tipo). Quello che manca, è la capacità di scegliere figure dedicate alla sicurezza in azienda dotate anche di budget e margini di manovra. Le aziende difficilmente vanno a prendere un esperto di sicurezza. Quello che fanno è spesso cercare un bravo sistemista, un esperto IT a cui si dice che deve occuparsi anche di sicurezza. Il che non è strategico e rende i livelli di protezione disfunzionali.

Fonte: http://www.zerounoweb.it

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Carlo Calenda: altri 10 miliardi di euro nel piano Impresa 4.0

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 16 novembre 2017
Con un intervento a propria firma, il Ministro dello Sviluppo Economico comunica l’ammontare delle nuove risorse a disposizione per l’innovazione delle imprese italiane.

“Sono ancora troppo poche le imprese italiane che innovano e si internazionalizzano”. Un commento netto, scritto di proprio pugno dal Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 30 ottobre, con il quale commenta le sfide per il mercato manifatturiero italiano.

Di fronte alle sfide della globalizzazione, secondo il Ministro, “il sistema produttivo italiano è diviso tra un 20% di imprese competitive, un 20% di imprese in crisi e un universo di mezzo che sopravvive ma non ha ancora fatto il salto”.

Per questo innovazione e internazionalizzazione sono le due leve sulle quali investire per “costruire un benessere duraturo” e recuperare il ritardo di partenza.

Con il Piano Industria 4.0 crescita degli investimenti, ora si parla di Impresa 4.0

Calenda mette in evidenza i risultati ottenuti con il Piano Industria 4.0, oggi virato nella declinazione Impresa 4.0: “L’anno scorso – scrive – il Governo ha varato strumenti finanziari e incentivi fiscali automatici all’innovazione e agli investimenti tecnologici per circa 20 miliardi di euro. Il risultato è stato un aumento esponenziale degli investimenti delle imprese italiane, con picchi di quasi il 70% nell’incremento degli ordinativi delle macchine utensili nell’ultimo trimestre”.

È un piano che promuove una nuova visione di politica industriale e che è stato sostenuto da tutto il sistema politico e che, secondo il Ministro, non può esaurirsi in due anni, ma richiede un impegno di più ampio respiro e durata, per superare alcuni dei limiti più evidenti, soprattutto in termini di skill e competenze, che rendono il nostro Paese più lento sull’innovazione.

Confermato l’iper-ammortamento, arriva il credito di imposta per la formazione

Per la nuova wave, Calenda promette non solo stimoli fiscali agli investimenti ma anche un credito di imposta per la formazione e il potenziamento degli Istituti tecnici superiori. E si parla complessivamente di ulteriori 10 miliardi di investimenti.
Intanto, per quanto riguarda proprio la nuova legge di Bilancio, le prime indiscrezioni sulle agevolazioni. Il super-ammortamento passa dal 40 al 30%: c’è dunque una leggera limitazione sulla maggiorazione rispetto al costo di acquisizione.
L’iper-ammortamento resta confermato al 150 per cento, mentre è previsto un credito di imposta al 40% per le spese sostenute per la formazione 4.0, fino a un massimo di 300.000 euro.

Fonte: http://www.internet4things.it

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La cybersecurity in azienda deve essere una responsabilità di tutti

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 07 novembre 2017

Le aziende oggi investono in sistemi di cybersecurity, hanno dei programmi di education, degli standard e delle procedure che aiutano a mantenere le informazioni sicure.
Spesso, però, si tende a dimenticare che la prima linea di difesa è l’individuo, il singolo dipendente. E questo è un punto molto importante, che sta creando diverse criticità.

Nella prima metà del 2017, le truffe Business Email Compromise (BEC) sono state, infatti, una delle principali minacce alle aziende. Secondo uno studio dell’FBI, pubblicato a maggio, le perdite globali determinate da queste truffe hanno raggiunto, a partire dal 2013, i 5,3 miliardi di dollari. Purtroppo non c’è motivo di credere che questo fenomeno possa rallentare, inoltre molte aziende sono anche restie ad ammettere di aver subito attacchi per non incorrere in danni di reputazione e questo non aiuta a comprendere a pieno la portata reale del fenomeno, che va a colpire direttamente gli individui che lavorano nell’azienda. E secondo i nostri studi e come mostrato dai grafici, le figure maggiormente colpite sono quelle dei reparti finance/amministrazione, con in testa, ovviamente, il CFO.

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Come contrattaccare?

Per rispondere alle minacce serve uno sforzo coordinato. La security richiede infatti una visione e delle policy, che devono essere insegnate. È il Chief Information Security Officer (CISO) che deve creare le policy e occuparsi delle fasi di education, oltre a stabilire il budget necessario a supportare lo sviluppo di queste policy.

Un programma di security inoltre, richiede degli standard che dovrebbero includere il set di controlli base e i processi per migliorare i controlli a seconda dei nuovi rischi. Il CISO guida i tecnici nello sviluppo di questi standard e lavora con l’IT e le HR per integrarli nei processi e nelle operazioni aziendali. Il team di security deve avere anche le procedure per rilevare un problema, gestire e rimediare alle conseguenze di una violazione e informare le parti interessate sul problema e la sua soluzione. I dipendenti devono inoltre essere informati ed avere consapevolezza dei rischi e dei possibili attacchi.

Come creare un programma di awareness per i dipendenti?

Quando si pensa a un programma di awareness si può utilizzare un modello per validarne l’efficacia. Si deve immaginare un dipendente della propria organizzazione camminare per gli uffici. All’improvviso, il dipendente vede qualcuno compiere un’azione sul proprio computer che potrebbe essere sbagliata. A questo punto, bisogna quindi farsi tre domande sul dipendente:

  • Il dipendente è a conoscenza se l’azione che ha visto era giusta o sbagliata?
  • Il dipendente potrebbe scegliere di avvisare qualcuno?
  • Se prendesse il telefono, saprebbe chi chiamare?

Se la risposta a tutte e tre le domande è “si”, il programma è efficace. Se c’è almeno un “no”, il programma di awareness fallisce.

Se il dipendente non è a conoscenza di ciò che determina un’azione sbagliata, non la riconoscerà infatti, non farà nulla e il programma fallirà. Questo è il cuore dell’awareness quando parliamo di security. Altro caso, se il dipendente riporta il problema ma la persona all’help desk non sa che cosa fare, il programma fallisce nuovamente. Questo è un test che valuta le procedure dell’azienda. Se un dipendente ha paura di denunciare un problema perché teme di essere declassato o di suscitare antipatie, è una questione che riguarda la cultura aziendale e in ogni caso determinerà un nuovo fallimento del programma.

Questi esempi dimostrano come i risultati di una strategia di security possano essere indipendenti dalle questioni tecnologiche. Soluzioni, prodotti e tecnologie sono importanti e necessarie ovviamente, ma senza il giusto livello di consapevolezza, la giusta cultura e i processi corretti, gli investimenti non saranno mai sufficienti.

 

Fonte: http://www.bitmat.it

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Effetto Industria 4.0: +25% di crescita a 1,7 MLD Euro

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 27 ottobre 2017

 

«L’Industria 4.0 un treno che non si può perdere» afferma Giovanni Miragliotta, Direttore Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano in occasione della presentazione del convegno Industria 4.0 la grande occasione per l’Italia. Ed è un treno che sta già correndo a una velocità che i dati della ricerca 2017 dell’Osservatorioaccreditano di una crescita del 25% per un valore pari a 1,7 miliardi di Euro. Ma come spiega meglio Miragliotta questo dato è accompagnato da una serie di indicatori che testimoniano della buona predisposizione delle imprese italiane verso l’Industry 4.0 e del fatto che «il vero potenziale è ancora tutto da esprimere, soprattutto se pensa – come osserva Miragliotta – che rispetto alla ricerca dello scorso anno è aumentata in modo rilevante la conoscenza delle imprese verso l’Industria 4.0 tanto che oggi la quota delle realtà che non conosce i temi della Fabbrica 4.0 è ridotta all’8%, mentre chi ha avviato progetti esprime una crescente vitalità e in media ha adottato qualcosa 3,4 applicazioni».

Si sente la spinta del Piano Nazionale Industria 4.0

Marco Taisch, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0 osserva che appare superata la dimensione della consapevolezza e della convinzione sull’Industria 4.0.«Anche dal punto di vista della identificazione del fenomeno siamo passati dal termine Smart Manufacturing a Industria 4.0. L’Italia dispone di un Piano Nazionale che sta dando importanti risultati e che ha posto questo fenomeno al centro dell’attenzione del mondo economico contribuendo significativamente a una crescita a doppia cifra». Taisch invita poi ad alzare lo sguardo e ricorda che la sfida adesso è da giocare su fenomeni in grado di liberare il potenziale innovativo dell’Industria 4.0, di misurare i dati raccolti e di indirizzare una trasformazione 4.0 con una roadmap che guarda con lungimiranza agli sviluppi dei prossimi 10-15 anni».

L’Industria 4.0 parte dalla Digital Readiness

Una delle raccomandazioni di Miragliotta è quello di non leggere l’Industria 4.0 solo come un fenomeno di “hardware” che peraltro svolge un ruolo importantissimo, come vedremo anche dai dati di crescita e richiama l’importanza della “Digital Readiness” ovvero della capacità di saper cogliere le opportunità delle nuove tecnologie, con una corretta valutazione delle le capacità attuali. Per questo “Occorre ripartire dal 3.0“, dalla corretta valutazione dell’assetto dell’impresa in fase pre-Industry 4.0 e «prima di  investire nel digitale – raccomanda Miragliotta –  è molto importante conoscere lo status quo in azienda: la maturità delle pratiche e delle capacità attuali, come un punto di partenza per definire e pianificare le scelte di intervento tecnologico in grado  di portare ad un vero valore aggiunto significativo. Occorre – prosegue – saper identificare e classificare i benefici promessi dalle tecnologie digitali e integrarle con un metodo sistematico che permetta, anzitutto, di focalizzare gli interventi con “precisione” sulle esigenze di ciascuna azienda e sullo stato attuale dei propri processi».

La Connected Factory e l’Industrial IoT

Tornando alla ricerca il macrofenomeno Industry 4.0 appare sostenuto da una serie fenomeni tecnologici molto chiari. Miragliotta individua nel tema della connected factory il motore più robusto di questa crescita: «Il 63% del mercato generato dall’Industria 4.0, vale a dire qualcosa come 1 miliardo di euro, è direttamente collegata alla connettività e all’Industrial Internet of Things». Poi c’è l’intelligenza e ci sono gli Industrial Analytics che con 330 milioni di euro rappresentano il 20% del mercato e poi un fenomeno importante come il Cloud Manufacturing che è oggi al 9%, e raggiunge un valore di 150 milioni di euro. Un tema a parte e speciale è rappresentato dalla robotica e dalla robotica collaborativa e dalle nuove “interfacce uomo-macchina” ripensate nell’ottica Industria 4.0. La robotica e automazione sotto l’ampio “cappello” di Advanced Automation racchiude sistemi di produzione e di movimentazione autonomi e collaborativi, e arriva a 120 milioni di euro pari all’8% del mercato mentre l’Advanced Human Machine Interface mette a sistema il ruolo di visori per la realtà aumentata, scanner 3D, wearable, nuove interfacce uomo/macchina come display touch e per quanto strategica e importante è adesso limitata all’1% del mercato.

Non si può fare Industria 4.0 senza le giuste competenze: Job&Skill 4.0

Sergio TerziDirettore dell’Osservatorio industria 4.0 porta l’attenzione sul tema delle competenze con la componente Job&Skill 4.0 e precisa che la ricerca  ha identificato oltre 100 skill tecniche indispensabili per definire strategie, per progettare, per gestire e per abilitare i processi e lo sviluppo dei modelli di business di Industria 4.0.

«Per vincere la sfida dell’Industria 4.0, le imprese hanno la necessità di dotarsi di nuove competenze, devono rivedere le logiche e le pratiche di selezione, assunzione e sviluppo delle risorse umane, ma anche i modelli di formazione e la struttura degli ecosistemi intesi come le reti di collaborazione. Siamo nel terreno degli skill 4.0ovvero in un contesto che è chiamato a gestire, con nuove competenze temi come l’utilizzo di nuove tecnologie, la sicurezza fisica del personale, la cybersecurity, la privacy, la proprietà dei dati ed altri aspetti legali».
Rispetto agli skill 4.0 la ricerca osserva che le imprese guardano soprattutto alla capacità di sviluppare un piano di adozione delle tecnologie per il miglioramento dei processi produttivi, un tema sensibile dove però solo il 46% delle aziende dichiara di sentirsi sufficientemente preparata. Sale invece al 54% la percezione della propria preparazione sulle competenze legate alla “capacità di integrare digitalmente i processi di business con clienti e fornitori lungo la supply chain”.

Smart Factory, Smart Supply Chain, Smart Lifecycle

Tornando al versante delle tecnologie la ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 che coinvolto 241 imprese vede qualcosa come oltre 800 le applicazioni 4.0 con una media importante di 3,4 applicazioni per azienda, che  si distribuiscono sulle tre grandi aree dei processi aziendali che caratterizzano il manifatturiero:

  • Smart Factory, ovvero la produzione, la componente di logistica, tutti i processi di manutenzione, di qualità, e tutta la componente di safety di stabilimento di sicurezza e di compliance rispetto alle normative vigenti. In questo contesto la ricerca rileva il 38% delle imprese ha adottato soluzioni di Industrial IoT, il 33% di Industrial Analytics, il 27% ha adottato Advanced HMI e il 26% ha lavorato su soluzioni di Advanced Automation.
  • Smart Supply Chain, con tutte le tematiche legate alla pianificazione dei flussi fisici e finanziarie che vedono il 32% delle imprese adottare soluzioni di Industrial Analytics e il 15% di Industrial IoT, mentre stenta a decollare l’utilizzo di piattaforme Cloud
  • Smart Lifecycle, vale a dire tutto il mondo dello sviluppo prodotto, della gestione del ciclo di vita e dei rapporti con i fornitori dove l’Additive Manufacturing appare centrale per tutte le fasi di prototipazione, ma dove sono le applicazioni IoT, Analytics e Cloud a crescere in modo più rilevante, attestandosi vicino al 20%.

«E’ in questo ambito che l’Industria 4.0 sta diventando anche in fase di sperimentazione –  osserva Miragliotta – , un vero elemento di differenziazione tra le imprese e ancora sottolinea il ruolo di Industrial IoT e Industrial Analytics, mentre a livello di processo la Smart Factory rappresenta oggi il punto di migliore rappresentazione della progettualità Industry 4.0».

 

Piano nazionale Industria 4.0 – Piano Calenda

La ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 ha voluto leggere anche in controluce gli effetti del Piano Nazionale Industria 4.0 e i risultati si vedono: il 61% delle imprese sta valutando attivamente come sfruttarlo e una quota pari al 26% dichiara che investirà oltre un milione di euro. Una quota ormai limitata (16%) ancora non ne conosce le misure. Mentre coloro che lo conoscono si stanno mettendo all’opera: il 52% ha deciso di usufruire del superammortamento al 140%, il 36% dell’iperammortamentoal 250%, mentre il 29% utilizzerà il credito di imposta per ricerca e sviluppo. Una quota del 7% compirà investimenti in startup.

Startup e Open Innovation

Rimanendo sul tema startup, i processi di Open Innovation di tante imprese sono concentrati sull’opportunità di allargare l’ecosistema delle partnership per sviluppare innovazione. La ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 ha censito 245 startup con prodotti e servizi dedicati all’Industria 4.0 che hanno raccolto finanziamenti per 2 miliardi di dollari.

Il mercato dei progetti di Industria 4.0 guarda all’84% ad attività con imprese italiane e al resto come export, a cui si aggiunge un indotto di circa 300 milioni di euro in progetti “tradizionali” di innovazione digitale. Ma le prospettive sono positive e per il 2017: guardando al primo trimestre appena trascorso, le imprese stimano un tasso di crescita del 30% rispetto al 2016. Un trend che può portare in due anni l’Italia a raddoppiare gli investimenti per la trasformazione digitale.

 

Fonte: http://www.internet4things.it

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