tag: Conservazione Elettronica

Le quattro caratteristiche chiave di un’azienda digitale

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 09 maggio 2017

iNebula è l’interlocutore più adatto per accompagnarti sulla strada della digitalizzazione attraverso i suoi servizi di Process Governance, Sicurezza e i progetti IOT. 

In tutti i settori le aziende “tradizionali” stanno affrontando o si accingono ad affrontare un percorso di trasformazione digitale. Un percorso che non può però limitarsi semplicemente alla “digitalizzazione” dei processi esistenti e o a portare online il vecchio modello di business. I cambiamenti indotti dal digitale nella società, nei comportamenti d’acquisto, nei modelli competitivi, richiedono alle aziende di ripensare e innovare in maniera sostanziale i propri modelli di business. A prescindere dalle specificità settoriali in cui le aziende operano, osservando i leader di questa nuova era industriale emergono alcuni tratti ricorrenti sulle caratteristiche essenziali di un’azienda digitale. 09

1) Centrata sui “dati” (Datacentric)
Operare in un mondo digitale significa produrre e consumare una mole enorme di dati. Diventa quindi fondamentale la capacità di utilizzare questi dati per migliorare, ripensare e innovare il proprio modello di business. Prendiamo il caso di Amazon. L’azienda è passata nel tempo da essere un puro retailer online a una delle più grandi compagnie Big Data al mondo. Questi gli step principali della sua evoluzione:
a) Offrire un catalogo online 10 volte più grande del più grande distributore fisico, al 10% in meno.
b) Creare una community di blogger e acquirenti per valutare i prodotti offerti; i dati generati da questo network “collaborativo”, insieme ai dati di comportamento dell’utente (per esempio: andamento storico degli acquisti; interrogazioni sulla piattaforma; modalità di interazione sul sito) permettono un livello elevatissimo di personalizzazione nel suggerire i prodotti e i bundle di offerta, con il risultato di migliorare in maniera drammatica il cross e up-selling in fase di acquisto.
c) Utilizzare i dati generati dalla piattaforma per offrire il miglior livello di customer care al mondo: in qualunque modo un cliente richieda assistenza (telefono, chat, email …) gli operatori Amazon hanno sempre immediatamente a disposizione tutte le informazioni rilevanti sul cliente e accesso all’enorme knowledge base aziendale, per dare risposte precise e puntuali nonostante l’eterogeneità della propria offerta.
d) Aprire i propri servizi e gli algoritmi di big data alle aziende, attraverso:
AWS, il più grande servizio di cloud computing e storage online al mondo; L’apertura della piattaforma e-commerce ai piccoli distributori, offrendo servizi non solo di logistica ma anche di analisi dei bisogni e dei comportamenti della clientela.

Un esempio di player “tradizionale” che sta scommettendo su questa transizione è Ford. Prima ha utilizzato i modelli di analisi big-data per migliorare la gestione della supply chain, poi per disegnare i nuovi modelli di auto, ora per reinventare il proprio modello di business. Nelle ultime presentazioni agli analisti il top management ha infatti chiaramente delineato un futuro per Ford basato su mobility e connectivity (anche in partnership con player come Amazon).

Avvertenza: la trappola in cui si può cadere è quella di avere troppi dati, investire nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali, per poi affidarsi come sempre all’esperienza “passata” per guidare l’azienda. Un player digitale deve essere capace di prendere decisioni manageriali sulla base delle evidenze mostrate da questi dati, anche quando queste vanno contro il “paradigma” corrente/ accettato e comportano un certo livello di rischio.

2) Il cliente al centro (Customer centric)
Nel mondo digitale il cliente si è abituato ad un nuovo livello di servizio. Tutto, subito, al miglior prezzo. Sempre e ovunque. E per giunta disegnato su misura.
Per competere su questo segmento crescente di clientela – oggi in Italia forse ancora limitato ad alcune aree demografiche e geografiche, ma che a tendere rappresenterà la maggioranza dei consumatori – è necessario concentrarsi sui suoi bisogni e su come offrirgli la migliore esperienza e livello servizio. La logica di prodotto e di prezzo non è più sufficiente, è data per scontata. E questo è vero per tutti i settori e mercati. Alla fine il consumatore è sempre lo stesso individuo, che compri un libro online, un’assicurazione RCA, un viaggio al mare o una nuova lavatrice.

Le grandi aziende del 21° secolo si concentrano quindi in maniera maniacale sul cliente. Amazon, già citata sopra, è un esempio di eccellenza lato customer care. La tanto discussa Uber, senza entrare nel merito delle accese discussioni in corso in tutto il mondo circa il suo modello di business, è comunque senza dubbio una best practice in termini di customer experience. Cosa differenzia infatti Uber dagli altri servizi di taxi o di ncc? La qualità della sua user experience, che si può riassumere in:
a) Velocità: l’app mostra quanti “drivers” sono in zona e dà una stima precisa del tempo di arrivo;  il cliente digitale non vuole perdere tempo.
b) Informazione: il sistema di rating consente all’utente di scegliere l’autista e, una volta richiesto il servizio, di seguire in tempo reale la posizione del veicolo;  il cliente digitale non vuole sorprese.
c) Praticità: pagamenti via account, senza bisogno di ricordarsi di prelevare il contante necessario alla corsa o sperare di poter usare la carta di credito;  il cliente digitale odia pagare alla vecchia maniera. Uber ha preso un servizio tradizionale e lo ha ridisegnato in logica “mobile-first” attorno alle esigenze del cliente, per un’esperienza senza compromessi.

Un esempio di player tradizionale che sta modificando il proprio business model attorno al cliente? Nike. Direttamente dalla voce del Ceo, Mark Parker: «Il digitale ci permette di approfondire la relazione che abbiamo avviato con i consumatori rendendola ancor più su misura rispetto ai loro bisogni». Quel che ne discende è non più solo articoli e negozi sportivi, ma un intero ecosistema digitale (Nike+) costruito intorno all’atleta, rafforzato anche dalla partnership con Apple, che permette a Nike di dialogare e interagire direttamente con il cliente. In molti settori la logica di “prodotto” è ancora dominante. Il cliente è un’entità lontana e spesso poco conosciuta. Per abilitare la transizione verso un modello cliente centrico servono certamente i dati e i modelli di analisi (vedi il punto 1) ma soprattutto uno straordinario shift culturale da parte dell’intera azienda, a partire dal top management fino all’ultimo dipendente.

3) Innovativa
Il livello di innovazione al giorno d’oggi sta vivendo un’accelerazione mai vista, spinta dalle tecnologie digitali. La velocità, unità all’ampiezza e eterogeneità degli ambiti e competenze in cui quest’innovazione avviene rendono ormai insufficiente il vecchio approccio aziendale: con centri di R&D interni, al massimo con qualche collaborazione universitaria. Basta navigare per un po’ su crunchbase, la bibbia online sull’innovazione e le operazioni di Venture Capital per osservare alcuni dati interessanti:
a ) Amazon ha effettuato 4 acquisizioni nel 2016 più 1 nel 2017;
b) Facebook ha effettuato 6 acquisizioni nel 2016;
c) Apple ha effettuato 8 acquisizioni nel 2016 più 1 nel 2017;
d) Google ha effettuato 17 acquisizioni nel 2016 più 1 nel 2017.
Tutti i grandi, non importa quanto sia forte il loro R&D interno, devono comprare innovazione da fuori, che siano tecnologie, brevetti o competenze. È un modello di “open innovation” ben noto nella Silicon Valley, ma che viene sempre più adottato anche in altri ambiti.

Un esempio? I grandi gruppi assicurativi Europei hanno costituito negli ultimi due anni fondi di VC specifici per investire nell’insurtech, le startup a forte contenuto tecnologico e digitale che operano nel mondo assicurativo. Tra questi citiamo Allianz, AXA, Aviva. Ovviamente non è sufficiente acquisire un’azienda per innovare. Il compito più complesso è ancora una volta quella manageriale. Internalizzare mantenendo vivo lo spirito originale che ha spinto l’innovazione, senza che questo venga assorbito e conformato dalla cultura dominante è una sfida complessa. Sfida resa ancora più difficile dai modelli organizzativi tradizionali a silo, che non facilitano certo il dialogo e l’innovazione orizzontale.

3) Innovativa
Il livello di innovazione al giorno d’oggi sta vivendo un’accelerazione mai vista, spinta dalle tecnologie digitali. La velocità, unità all’ampiezza e eterogeneità degli ambiti e competenze in cui quest’innovazione avviene rendono ormai insufficiente il vecchio approccio aziendale: con centri di R&D interni, al massimo con qualche collaborazione universitaria. Basta navigare per un po’ su crunchbase, la bibbia online sull’innovazione e le operazioni di Venture Capital per osservare alcuni dati interessanti:
a ) Amazon ha effettuato 4 acquisizioni nel 2016 più 1 nel 2017;
b) Facebook ha effettuato 6 acquisizioni nel 2016;
c) Apple ha effettuato 8 acquisizioni nel 2016 più 1 nel 2017;
d) Google ha effettuato 17 acquisizioni nel 2016 più 1 nel 2017.
Tutti i grandi, non importa quanto sia forte il loro R&D interno, devono comprare innovazione da fuori, che siano tecnologie, brevetti o competenze. È un modello di “open innovation” ben noto nella Silicon Valley, ma che viene sempre più adottato anche in altri ambiti.

Un esempio? I grandi gruppi assicurativi Europei hanno costituito negli ultimi due anni fondi di VC specifici per investire nell’insurtech, le startup a forte contenuto tecnologico e digitale che operano nel mondo assicurativo. Tra questi citiamo Allianz, AXA, Aviva. Ovviamente non è sufficiente acquisire un’azienda per innovare. Il compito più complesso è ancora una volta quella manageriale. Internalizzare mantenendo vivo lo spirito originale che ha spinto l’innovazione, senza che questo venga assorbito e conformato dalla cultura dominante è una sfida complessa. Sfida resa ancora più difficile dai modelli organizzativi tradizionali a silo, che non facilitano certo il dialogo e l’innovazione orizzontale.

 

Fonte: www.ilsole24ore.com

Maggiori info sui servizi di Process Governance e fatturazione elettronica: iNebula Fattura PA  iNebula Fattura 24

Le imprese italiane utilizzano la e-fattura più della media UE: e tu? vuoi risparmiare?

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 10 aprile 2017

141608800-efeb7ddb-94dd-4cd2-b702-97d1cc62d820

iNebula propone i servizi Fattura PA e Fattura 24 per la trasformazione digitale di aziende e PA.

Oltre 50 milioni di fatture elettroniche emesse e 900mila imprese in campo per un beneficio stimabile in 1,5 miliardi di risparmi per Pubblica amministrazione e aziende fornitrici. Chi crede che lo scambio telematico dei documenti fiscali abbia un peso relativo nella trasformazione digitale del Paese si sbaglia di grosso. Non è mai abbastanza sufficiente ripetere quanto l’evoluzione 2.0 debba concretizzarsi in un processo organico, mandando definitivamente in soffitta la logica a silos che sul fronte digitale e non solo ci ha fatto accumulare un notevole ritardo competitivo. E la fatturazione elettronica costituisce oggi un innesco strategico della trasformazione digitale di PA e aziende.

La e-fattura nasce da un progetto dell’Agenda digitale italiana che riveste un ruolo significativo nel contesto del monitoraggio e del controllo della spesa pubblica. Le fatture emesse verso la PA nel nostro Paese sono dal 31 marzo 2015 tutte esclusivamente elettroniche per obbligo di legge. Dallo scorso 1° gennaio di quest’anno la possibilità di scambio telematico, che avviene tramite il Sistema di Interscambio gestito dall’Agenzia delle Entrate e sviluppato da Sogei, è stata aperta anche al B2B. In questo caso non c’è un obbligo: l’utilizzo è facoltativo.
Gli ultimi dati forniti dalla società in house rivelano che le imprese che stanno utilizzando la fatturazione elettronica sono oggi circa 900mila e che il sistema di interscambio gestisce un volume di oltre 50 milioni di fatture ricevute e trasmesse. Il Digital Economy and Society Index dell’Unione Europea aggiunge che la percentuale di imprese nostrane che utilizzano la fatturazione elettronica sul totale è del 30%, superiore alla media Ue (18%).   

Secondo i dati dell’ultimo Osservatorio Fatturazione elettronica ed e-commerce B2B del Politecnico di Milano, il beneficio di passare da un processo tradizionale basato su carta alla fatturazione elettronica verso la PA, per aziende che producono e ricevono un volume superiore alle 3mila fatture annue, si assesta tra i 7,5 e gli 11,5 euro per singolo documento. Questo beneficio è la somma dei risparmi legati all’impiego di manodopera per attività di stampa e imbustamento, gestione della relazione con il cliente e conservazione documentale. Ma i vantaggi, spiegano gli esperti del Polimi, sono anche per chi gestisce volumi inferiori. La stima del vantaggio complessivo, che non include gli effetti della e-fattura B2B partita da poco, si attesta sugli 1,5 miliardi, di cui il 66% per il pubblico e la parte restante per il privato.

Aumento della produttività delle imprese, scalabilità delle infrastrutture della PA, monitoraggio della spesa pubblica, riduzione dei tempi di pagamento e contenimento dell’evasione fiscale sono alcuni dei vantaggi derivanti dal decollo della fatturazione elettronica in Italia. Ma bisogna citare anche gli effetti positivi in termini di miglioramento della gestione strategica della macchina burocratica e, allargando un po’ lo sguardo, di maggiore attrattività del Sistema Paese. Non è un caso che la digitalizzazione delle fatture sia uno dei pilastri dell’Agenda digitale italiana. Per spingere i privati ad usare la fattura elettronica il governo ha studiato un particolare sistema incentivante, fatto di crediti d’imposta e di altri strumenti, a tutto vantaggio delle imprese.

«La fatturazione elettronica merita attenzioni serie e continue nel tempo, che devono accompagnarne e stimolarne la diffusione pervasiva in imprese e PA attraverso modelli corretti di adozione, che spazzino via ingarbugliati processi ibridi cartacei-digitali e mirino con continuità alla semplificazione», sottolinea l’esperto di P4I, autore di un vademecum ad hoc su questo tema. «Una soluzione imperfetta è comunque nettamente migliorativa rispetto a quanto si è soliti fare con la carta o con modelli che prevedono la gestione di informazioni non strutturate – conclude Catti – L’importante è attivarsi, ponendo al centro dell’attenzione non solo i processi interni, ma anche quelli B2B, per aggredire digitalmente i dati in fase di ingresso in azienda e uscita verso i partner di business, e ridurre così l’impatto dei flussi informativi non direttamente elaborabili».

Fonte: www.repubblica.it

Maggiori info sui servizi di Process Governance e fatturazione elettronica: iNebula Fattura PA  iNebula Fattura 24

Cyber attacchi: chi è responsabile nell’IOT?

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 03 aprile 2017

Non si può fare Industria 4.0 senza una strategia di Cybersecurity

iNebula vidio light

 

Chi è responsabile nell’IoT in caso di attacchi informatici? Una risposta certa ancora non c’è: la colpa potrebbe ricadere in parte e di volta in volta su tutti i soggetti coinvolti, dal produttore al distributore, fino al cliente finale.

SE NON SI SA CHI È RESPONSABILE NON SI SA CHI ASSICURARE

È quanto è emerso nel corso del Security Summit di Milano, alla tavola rotonda “Cyber Risk Insurance: come tutelo la mia attività nel mondo IoT”. L’industria assicurativa sta lavorando a delle coperture ma i dubbi sul soggetto realmente responsabile frenano il mercato. Chi si assicura? Chi ha costruito la tecnologia nella quale si sono infiltrati gli hacker, chi l’ha messa in commercio, oppure il consumatore che non ha seguito attentamente le istruzioni di sicurezza?

L’INTERA SUPPLY CHAIN PUÒ ESSERE RESPONSABILE

In realtà difficilmente il cliente ha qualche colpa: spesso è poco informato e non conosce i rischi a cui va incontro. Ma il peso dell’attacco potrebbe ripercuotersi sull’intera filiera dell’IoT, che per di più deve gestire le conseguenze dell’hackeraggio. Produttori e distributori di dispositivi connessi, ad esempio, possono andare incontro a danni materiali, violazione di proprietà individuali, interruzione dell’attività, data breach e danno reputazionale. È bene quindi aprire un confronto prima dell’incidente sia con i CIO e i CEO delle aziende, sia con i CFO: non si può infatti parlare di cybersecurity senza considerare anche gli impatti finanziari. Ma anche con un avvocato, oltre all’intermediario assicurativo.

IL NODO LEGALE: PIÙ COMPLICAZIONI CON IL GDPR

Che sia un problema anche legale non ci sono dubbi. «Solo con le competenze di professionisti specializzati si può entrare negli ambiti dei singoli casi – afferma Chiara Magalini, avvocato – ma le difficoltà non sono poche. L’arrivo del GDPR nel 2018 potrebbe per di più complicare ulteriormente il discorso. Con l’obbligo legale per le aziende di notificare entro 72 ore una breccia nella sicurezza entra in gioco anche una questione di compliance: un’azienda colpita da un attacco che non avrà rispettato la nuova normativa sarà ancora di più sotto accusa».

L’IOT SOTTO ATTACCO CYBER

Non serve dire che il mondo IoT non può però trascurare il rischio cyber. «Webcam, termostati connessi ed elettrodomestici intelligenti sono ogni anno che passa sempre di più nel mirino dei cybercriminali – afferma Davide Cervi, perito assicurativo». Un caso recente è l’attacco DDoS a Dyn, fornitore di servizi DNS, che tramite l’hackeraggio di smart devices, come le webcam, ha causato il blocco momentaneo di diversi siti, tra cui PayPal, Spotify e Twitter. Ma anche il caso della bambola Cayla, “accusata” di spiare e registrare le conversazioni che le bambine facevano con lei. Un gruppo di cybercriminali aveva cioè preso il controllo del software interno e pubblicato l’audio registrato in rete. Il modello è stato quindi ritirato dal commercio e da tutti i negozi. O ancora il caso di un hotel in Finlandia dove, a causa di un attacco hacker all’infrastruttura informatica, le porte automatiche a un tratto si sono chiuse da sole, bloccando gli ospiti fuori o dentro la struttura. Si è trattato di un ransomware: gli ospiti erano praticamente in ostaggio e in cambio della loro liberazione è stato richiesto un riscatto.

MIRAI: IL PEGGIOR NEMICO DELL’IOT

Minimo comune denominatore di tutti questi esempi è il malware Mirai. Arma preferita dai cybercriminali dell’IoT, si tratta di un eseguibile per Linux che riesce a prendere il controllo di dispositivi connessi poco protetti per utilizzarli con secondi fini. I sistemi più colpiti sono set-top boxes, smart TV, digital video recorder e webcam.

 

Fonte: www.aziendabanca.it

Maggiori info sui servizi Iot iNebula: Connect

iNebula parla di automazione dei processi organizzativi al Sole24Ore

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 29 marzo 2017

 

proroga_digitalizzazione_pubbliche_amministrazioni_12_agosto

Il 26 marzo è uscito un articolo sul Sole24Ore che parla delle soluzioni cloud di iNebula dedicate all’automazione dei processi organizzativi per professionisti e aziende. Abbiamo affermato più volte che la conservazione digitale conviene. Lavorare con documenti digitali, anziché cartacei, permette di risparmiare denaro, tempo e forza lavoro perché, se sono inviati, ricevuti e conservati in formato elettronico, i documenti non devono essere ogni volta: trascritti, protocollati, inseriti in fascicoli, classificati, spostati e ricercati tra armadi, cassetti, carpette e scatole. Dunque, i processi diventano più efficienti, si guadagna spazio in ufficio e si riduce il rischio di perdere i documenti. Ne parla il VP di Itway, Cesare Valenti che li racconta al Sole24Ore.
iNebula Cloud Computing Solutions, società del Gruppo Itway quotato al segmento Star di Borsa Italiana è attiva nel mercato del Cloud dal 2012 e oggi offre un’ampia suite di soluzioni per l’automazione dei processi organizzativi per una gestione e integrazione totalmente digitale degli archivi aziendali. Tutti i servizi sono stati concepiti per la digitalizzazione dei processi di riconoscimento, fatturazione e invio dei documenti contabili delle piccole e medie imprese e delle partita IVA per gestire i flussi basandosi su tecnologie innovative, sicure e Made in Italy.
iNebula Fattura PA è un’applicazione per il conferimento delle fatture in formato elettronico alla PA che comprende l’archiviazione a norma e la spedizione al Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate, caratterizzato
dalla completa distinzione tra il Gestore delle Fatture e il Conservatore a Norma delle stesse.
iNebula Delivery è un servizio che consente di inviare le Fatture Attive o altri documenti rilevanti via email in modo automatico, gestendo le ricevute ottenute dai sistemi e fornendo una reportistica circa gli invii, le date e gli orari e tutti i riferimenti alle ricevute.
iNebula Reco è un servizio di ultima generazione che estrae i dati necessari alle registrazioni contabili delle
fatture in un formato conforme alla disciplina della Fattura Elettronica per la Pubblica Amministrazione (FEPA) e consente di acquisire online le fatture di acquisto in modalità PDF, eliminando la carta e l’attività manuale dal processo di Prima Nota.

sole24ore

Fonte: Il Sole24Ore

Digitale, tutti bravi a parlare ma manca una governance efficace

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 13 febbraio 2017

Il mercato digitale italiano è ancora piccolo. Troppo piccolo. Sì, è vero, la crisi non ha aiutato. Ma non è una giustificazione a cui ci si potrà aggrappare ancora a lungo. Il 2016 è stato salutato con ottimismo: la curva è tornata in andamento crescente e a meno di sorprese congiunturali, di ordine economico ma anche politico, il trend dovrebbe consolidarsi nel 2017.

L’anno appena trascorso ha chiuso con un giro d’affari di circa 32.000 milioni di euro (dati Assinform) superiore rispetto al 2015. Una crescita consistente, ma non sufficiente a fare la differenza in un Paese, l’Italia, in cui il digitale può rappresentare forse l’unica vera leva su cui fare forza per garantire un futuro al Paese tutto, a partire dai giovani. Quei 32.000 milioni rappresentano una crescit13a anno su anno di poco più di un punto percentuale. Una goccia nel mare dunque. Ancor di più se si considera che nelle classifiche della ricchezza mondiale le imprese in pole position si chiamano Google, Facebook, Amazon.

Se è vero che il digitale è parola oramai sulla bocca di tutti – quantomeno nel mondo dell’impresa –  fra il dire e il fare c’è una differenza così abissale da rendere il tutto paradossale.  Secondo le rilevazioni appena rese note nel report realizzato per Assiteca dagli Osservatori della School of Management del Politecnico di Milano il 95% delle aziende italiane ritiene l’innovazione digitale un fattore rilevante. Il 95%, avete letto bene. E sebbene si tratti di un campione (quello intervistato), il dato è sorprendente. Quattro imprese su dieci, inoltre, considerano il digitale un fattore imprescindibile per lo sviluppo futuro del business. Bene, benissimo. Siamo alla svolta dunque, verrebbe da pensare a caldo. Ma le cose non stanno così. Perché fra le parole ed i fatti concreti l’abisso è altrettanto sorprendente. La media degli investimenti in Ict è pari all’1,1%. Meno del 25% delle imprese va oltre questa soglia e si tratta di quelle di grandi dimensioni, dai 250 dipendenti in su.

Come mai? Non ci sono risorse? No. Non è questo il punto. Almeno stando a quanto rivelano i ricercatori del team Assiteca-Polimi. L’ostacolo numero uno è rappresentato dalla mancanza di una governance efficace. Un déjà-vu, considerato che si tratta della medesima problematica riscontrata a livello di Pubblica amministrazione, dove il livello di digitalizzazione è decisamente insoddisfacente per un Paese annoverato fra le principali economie mondiali. L’impresa, dunque, ed è difficile che avvenga il contrario, è lo specchio del proprio Paese, delle politiche di governo e delle strategie economiche.

In molte delle realtà aziendali prese in esame non vi è una chiara strutturazione dei ruoli e delle attività: nel 18% dei casi la gestione è addirittura “occasionale” e nel 4% le unità organizzative si muovono ciascuna per proprio conto, senza un presidio centralizzato che faccia da “regia” a iniziative e investimenti. La crisi economica, allora, diventa un alibi a cui appigliarsi a buon mercato quando non si vogliono ammettere le proprie responsabilità. E la responsabilità sta anche nell’autoanalisi.

Portare avanti la bandiera del digitale non significa “farsi belli” con le parole. L’innovazione non è uno slogan ma è fatta di azioni concrete. La prima delle quali passa dall’ “inventario” delle proprie risorse, quelle umane, alias dalle competenze di cui si dispone per passare all’azione sulla base delle proprie specifiche esigenze di business e di sviluppo. Chiedere aiuto a chi è riuscito a ri(organizzarsi) sicuramente è un buon inizio. Le piccole e medie imprese, in particolare, possono trovare nei livelli alti della filiera interlocutori che sugli asset digitali stanno costruendo il proprio futuro e che hanno tutto l’interesse a spingere l’ecosistema. Da parte loro i “big” dovrebbero prendersi la responsabilità di fare da traino e da esempio per chi ancora fa fatica a comprendere le dinamiche del nuovo mercato. Non è forse questo il “fare rete” di cui si parla da decenni? Qualcuno lo ha compreso. E paradossalmente è stata proprio la crisi a far aguzzare l’ingegno. Necessità fa virtù.

Ma la svolta vera non potrà che arrivare dal mix – questo sì davvero virtuoso – fra politiche aziendali e politiche governative, nell’ottica di una governance “condivisa” nelle intenzioni e negli obiettivi. Il Piano Industria 4.0 fa ben sperare, almeno sulla carta. E da parte sua il team capitanato da Piacentini (#aiutiamopiacentini) avrà l’arduo compito di trovare e fornire la “chiave” che aprirà al Paese la porta dell’opportunità digitale. Gli incentivi ci sono, gli esperti non mancano. Forse però è arrivato davvero il tempo di uno switch off.

La strage di Rigopiano è stata una cartina di tornasole (anche) dello stato “digitale” delle nostre pubbliche amministrazioni in cui al tempo degli smartphone c’è ancora chi legge le e-mail solo dal suo computer fisso in ufficio e si appella al blackout elettrico per trovare una giustificazione alla mancata ricezione del messaggio. Il nostro è un Paese – inutile negarlo – in cui la burocrazia vince sull’innovazione. Ecco perché c’è bisogno di governance efficiente. Altrimenti anche nel 2017 e chissà per quanti anni ancora il digitale non resterà che una goccia nel mare.

Fonte: www.corrieredellecomunicazioni.it

 

Semplificazioni, incentivi e vantaggi fiscali per chi conserva digitalmente

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 06 febbraio 2017

Abbiamo affermato più volte che la conservazione digitale conviene. Lavorare con documenti digitali, anziché cartacei, permette di risparmiare denaro, tempo e forza lavoro perché, se sono inviati, ricevuti e conservati in formato elettronico, i documenti non devono essere ogni volta: trascritti, protocollati, inseriti in fascicoli, classificati, spostati e ricercati tra armadi, cassetti, carpette e scatole. Dunque, i processi diventano più efficienti, si guadagna spazio in ufficio e si riduce il rischio di perdere i documenti.

Tuttavia, i vantaggi non finiscono qui perché ne arrivano di ulteriori dalle normative vigenti in tema di conservazione digitale di fatture elettroniche, libri, registri contabili e documenti fiscali in genere. 

I nostri servizi iNebula Fattura PA, Delivery, RECO e Archive sono stati studiati per aiutare le aziende a gestire i processi in modo più efficiente basandosi su tecnologie innovative. Garantiamo i più alti standard di sicurezza consentendoti di ottimizzare e risparmiare tempo e denaro. Abbiamo sviluppato soluzioni customizzate che consentono di attivare un governo dei processi che migliorano la qualità delle attività e del lavoro quotidiano.

L’IMPOSTA DI BOLLO SUI DOCUMENTI FISCALI DIGITALI

L’imposta di bollo dovuta per la tenuta del libro giornale e dei libri sociali obbligatori è determinata secondo criteri differenti a seconda che la contabilità sia tenuta in modalità cartacea o informatica. Nel primo caso è prevista un’imposta di 16€ ogni 100 pagine o frazioni di esse per le società di capitali (32€ per i soggetti di tipo diverso). Per i documenti informatici è invece prevista un’imposta di 16€ ogni 2.500 registrazioni[1] o frazioni di esse, da versare in modalità telematica utilizzando il modello F24, 120 giorni prima della chiusura dell’esercizio.

Dal 1° gennaio 2015 il modello di “dichiarazione dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale” va presentato esclusivamente con modalità telematiche. L’Agenzia delle Entrate ha anche approntato delle procedure automatizzate per la trasmissione della dichiarazione da parte dei contribuenti e per la liquidazione dell’imposta da parte dell’Ufficio.

DICHIARAZIONE DEL LUOGO DI CONSERVAZIONE DEI DOCUMENTI DIGITALI

Altre semplificazioni arrivano dalla risoluzione n. 81/E del 23 settembre 2015 dell’Agenzia delle Entrate. In base a questa, il professionista o l’impresa che decida di affidare il processo di conservazione digitale dei propri documenti fiscali ad un soggetto terzo non è più tenuta a dare comunicazione preventiva dei luoghi di conservazione dei documenti stessi con il modello di variazione dati IVA (AA7 o AA9) quando il soggetto terzo svolga unicamente le attività di conservazione dei documenti fiscali del cliente.

Difatti, nel Codice dell’Amministrazione Digitale e nel manuale della conservazione, si definisce “conservatore” il soggetto che opera solo il processo di “conservazione elettronica” dei documenti fiscali. Questi può coincidere con il contribuente, assumere la veste del depositario (colui che gestisce la contabilità e assume specifiche responsabilità ai fini fiscali) o essere un soggetto terzo. In quest’ultimo caso, poiché il conservatore (“elettronico”) non è il depositario delle scritture, il contribuente non è tenuto a comunicare il luogo di conservazione dei documenti digitali mediante il suddetto modello di variazione dati IVA.

AGEVOLAZIONI FISCALI PER FATTURAZ0IONE ELETTRONICA E TRASMISSIONE TELEMATICA DEI CORRISPETTIVI

Con il Decreto legislativo n. 127 del 5 agosto 2015, per incentivare l’utilizzo della fatturazione elettronica e la trasmissione telematica dei corrispettivi, il Governo italiano ha introdotto una serie di norme che riducono gli adempimenti amministrativi e contabili a carico  dei contribuenti. In sostanza si parla di incentivi fiscali e procedure più semplici per tutti i soggetti che decidono di avvalersi della trasmissione telematica delle fatture o dei relativi dati e dei corrispettivi.

Tra le misure previste:

  • l’esecuzione in via prioritaria dei rimborsi IVA, entro tre mesi dalla presentazione della dichiarazione annuale;
  • l’esonero dall’effettuare una serie di comunicazioni obbligatorie, relative a spesometro, “black lists”e limitazioni Intrastat 
  • la riduzione dei termini di accertamento, da quattro a tre anni;
  • la semplificazione dei controlli fiscali.

A questo punto non ci resta che scoprire quali regole e comportamenti seguire perché la conservazione digitale e riproduzione dei documenti informatici ai fini fiscali sia a norma di legge e capire quale sia la più adatta alle nostre esigenze tra le soluzioni di Process Governance di  iNebula.