Notizie

Dalla produzione al marketing: come valorizzare i dati IoT

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 08 dicembre 2017
 

I dispositivi IoT sono una formidabile fucina di dati. Dalle informazioni sul funzionamento dei device a quelle sulle abitudini degli utenti, passando per il monitoraggio di interi processi produttivi, l’Internet of Things mette oggi a disposizioni delle aziende decine e centinaia di dataset che, se raccolti e analizzati a dovere, sono in grado di garantire un valore aggiunto a tutta la catena di produzione e vendita. La grande sfida posta dall’evoluzione dei dispositivi smart (contatori energetici, macchinari industriali, auto connesse, ecc.) risiede proprio nella valorizzazione dei dati generati.

Un processo che, sottolinea uno studio degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, sta assumendo un’importanza crescente soprattutto alla luce di alcuni trend: la fornitura di dati utili ad ampliare l’offerta; l’utilizzo crescente che i grandi player, dagli OTT a quelli tradizionali, fanno delle informazioni digitali per orientare le proprie strategie; il fermento delle startup focalizzate sulle soluzioni IoT. Secondo il report del Polimi sono cinque gli schemi di valorizzazione dei dati generati dall’Internet of Things.

IoT, il valore aggiunto dei dati dalla fabbrica al negozio

Il primo riguarda l’ottimizzazione dei processi interni, con ricadute positive in termini di aumento dell’efficienza (riduzione di costi e tempi) e di efficacia (servizio clienti). Grazie all’IoT, spiegano gli esperti degli Osservatori, è possibile ad esempio monitorare in tempo reale il funzionamento di un impianto produttivo, raccogliendo dati utili a introdurre nuove logiche di manutenzione predittiva per limitare i fermi di produzione. Non solo: qualora il guasto si verifichi lo stesso, la diagnosi dei dati raccolti consente comunque di agire più rapidamente del normale. Possibilità che aggiungono benzina nel motore dell’industria 4.0.8

Il secondo campo d’azione riguarda la possibilità di creare nuove generazioni di prodotti e servizi, sfruttando i dati sull’utilizzo dei device smart da parte degli utenti nel processo di sviluppo delle versioni migliorative, riducendo i difetti ricorrenti e migliorando l’usabilità. Tramite sensori distribuiti all’interno dell’oggetto, per esempio, si può capire quali componenti si usurano o arrivano a rottura più facilmente. Oppure, nel caso dei servizi, orientare la ricerca e lo sviluppo sulle funzioni maggiormente utilizzate dagli utenti evitando sprechi di tempo in fase di progettazione.

Il terzo schema di valorizzazione riguarda sempre i prodotti e i servizi, ma con un focus specifico sulla personalizzazione. Un’attività resa più agevole dall’analisi dei dati raccolti, che aiutano a intercettare in modo mirato i bisogni della clientela. Ciò che avviene sul web tramite i cookie può avvenire anche nel mondo fisico, tramite lo studio dei big data raccolti dall’utilizzo dei dispositivi IoT. È il caso, ricorda il report, di una utility che sulla base dell’andamento dei consumi energetici di un’abitazione può fornire consigli utili agli utenti per evitare gli sprechi. Le esigenze del consumatore conquistano così il centro dell’offerta aziendale.

La monetizzazione dei dati non decolla: pochi vantaggi percepiti dagli utenti

Bisogna sottolineare che questi schemi di estrazione di valore aggiunto dalle informazioni non sono ugualmente diffusi e maturi. Secondo le rilevazioni degli Osservatori Digital Innovation le strategie più diffuse sono quelle di ottimizzazione dei processi (75%) e di nuova generazione di prodotto e servizio (49%). Segue al terzo gradino del podio la personalizzazione (26%), mentre la monetizzazione dei dati e il canale advertising & commerce risultano ancora in una fase embrionale, con percentuali di utilizzo rispettivamente del 4 e del 2%.

Il motivo, spiega il report, risiede nella tradizionale riluttanza a cedere i propri dati personali a meno di ricevere vantaggi concreti. La maggiore sensibilità nei confronti dei temi della privacy ha amplificato questo sentimento, rendendo ancora più complicato per le aziende raccogliere le informazioni sulle abitudini dei consumatori. La sfida è rendere il vantaggio derivante dalla cessione dei dati manifesto e tangibile. La chiara percezione è già e sarà sempre la leva determinante per superare la reticenza degli utenti.

Fonte: http://www.internet4things.it

SCOPRI TUTTI I SERVIZI iNEBULA

Riepiloghiamo: cloud computing – cos’è, a cosa serve e quali vantaggi offre alle imprese.

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 04 dicembre 2017
UNA DELLE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE PIÙ IMPORTANTI,
SOPRATTUTTO PER L’INDUSTRIA 4.0,
MA ANCORA TROPPO POCO CONOSCIUTA.

È leggero come una nuvola ma fornisce servizi che renderebbero i nostri pc pesanti come macigni. È il cloud computing, una delle innovazioni tecnologiche più importanti, ma anche meno conosciute. Per quanto non tutti sappiano spiegare cosa sia, è una realtà molto diffusa e destinata a esserlo sempre di più. È infatti una delle caratteristiche dell’industria 4.0


Una definizione di Cloud computing:
s
i parla di cloud computing per riferirsi a una serie di servizi che vengono erogati in Rete. Ancor più semplicemente, la “nuvola informatica” è quella che consente di accedere a risorse IT senza bisogno di scaricare programmi o occupare memoria sul nostro pc. Con il cloud computing, si può accedere a programmi, conservare e gestire interi database, ci si può garantire una maggior potenza di elaborazione, tutto questo via internet, tramite una piattaforma di servizi cloud e pagando in base al consumo.


I vantaggi della nuvola informatica

Per capire quando sia diffuso e quanto sia forte la nostra dipendenza da questa nuvola, basterà dire che è il cloud computing che ci consente di condividere foto da qualsiasi device, senza scaricare nessun programma in particolare, semplicemente accedendo a un social network con le nostre credenziali, cioè ID e password. La tecnologia che utilizziamo in quel momento non è nel nostro pc, tablet o smarphone: è su una “nuvola”, appunto.
Accedendo a una piattaforma cloud, si possono fare operazioni che richiederebbero l’impiego di buona parte della Cpu del nostro pc oppure di parte del disco rigido, di memorie esterne ecc….servendosi semplicemente di un browser.


Cloud computing e il guadagno delle aziende

Per un’azienda, è facile capire dove sia il guadagno. Le piattaforme cloud consentono di evitare di spendere soldi nella realizzazione e nel mantenimento di una propria rete IT. In questo modo, le spese in hardware, software, aggiornamento, gestione e protezione della rete si abbassano considerevolmente. Ci si serve di una piattaforma e si paga in base all’utilizzo che ne fa.
E se nel tempo le necessità aziendali cambiano? Queste piattaforme garantiscono la scalabilità, termine con il quale ci si riferisce alla capacità di un sistema informatico di diventare più grande e più complesso, cioè di fare operazioni più avanzate e gestire quantità di dati più elevate oppure al contrario di ridurre la propria performance.
Alle aziende, le soluzioni cloud e il risparmio che ne può derivare, consentono di poter essere più produttive, di avere una struttura più snella, di contare su un servizio veloce e sicuro, grazie ai back up costante dei dati. Inoltre, manager e dipendenti possono accedere alle risorse aziendali da qualsiasi computer, in qualsiasi momento.

Fonte: http://www.businesspeople.it

SCOPRI TUTTI I SERVIZI iNEBULA

Data center italiani proprietari, ma anche performanti e sicuri. Sarà vero?

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 24 novembre 2017
 

Data center italiani ben presidiati, performanti ma anche sicuri. A raccontarlo agli analisti di Digital360 un campione di 100 aziende, appartenenti a diverse aree geografiche e a più settori. Dalle risposte emerge come ci sia grande ottimismo tra i CIO italiani: il 96% delle aziende si dice convinto che i propri data center siano pronti a supportare la digital transformation in atto.

Più di 7 aziende su 10 (74%) ha un data center proprietario (on premise o virtuale) su cui i CIO esprimono giudizi molto positivi. La mappatura del livello di soddisfazione ha considerato diversi aspetti. Sulla gestione dell’alimentazione, ad esempio, il campione si ritiene mediamente (53%) o molto soddisfatto (37%). Sulla gestione delle macchine (storage, server, appliance) il panel afferma di essere mediamente (52%) o molto soddisfatto (39%). Sulla gestione del parco applicativo i CIO si ritengono abbastanza (50%) o molto soddisfatti (40%). Anche sulla gestione delle postazioni di lavoro le imprese si dicono abbastanza (53%) o molto soddisfatte (39%).

Le numeriche, avvertono gli analisti, non devono però fuorviare la capacità di osservazione.

“Il quadro che esce dalla survey è la lettura di una situazione attuale complessivamente piuttosto positiva – ha spiegato Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico Osservatorio Cloud & ICT as a Service del Politecnico di Milano -. In un quadro prospettico, la situazione potrebbe essere però meno adeguata rispetto a quanto emerge dalle risposte. Guardando più in dettaglio i criteri di scelta relativi al cloud, la fotografia è che quasi la metà del campione non abbia interesse e, quando c’è è comunque sempre in modalità privata: solo 5 aziende su 100 accolgono l’idea di una migrazione delle proprie infrastrutture IT al cloud pubblico. L’impatto della trasformazione digitale e dei trend associati all’Industria 4.0, tra cui l’utilizzo del cloud pubblico soprattutto per le componenti più innovative e ad alta dinamicità, risulta ancora sottostimato”.

cloud-in-italia-768x432

Data center italiani: il cloud in valutazione

Parlando di data center italiani in cloud, solo il 26% delle aziende intervistate al momento ha un’infrastruttura allocata sulla nuvola e, di questo, solo il 10% in modalità public cloud. L’analisi rivela però che il 46% delle imprese è disposta a valutare la possibilità di una migrazione delle infrastrutture IT: in dettaglio il 25% delle organizzazioni italiane intervistate è propenso a scegliere l’hybrid cloud, il 16% una forma di private cloud e il 5% un modello di cloud pubblico.

Gli esperti ribadiscono come il cloud sia una scelta strategica, in quanto costituisce la piattaforma abilitante della trasformazione digitale, in un contesto in cui la crescente consapevolezza delle opportunità ad esso connesse permette oggi un utilizzo diffuso a molti ambiti della catena del valore dell’organizzazione. Pensiamo anche solo all’e-commerce e ai nuovi temi della disruption, che stanno portando le persone a utilizzare il trinomio mobile, app e cloud con una disinvoltura tale da aver portato i più innovatori a inventare nuovi servizi e a creare business che fino a ieri non esistevano.

“Immaginare le infrastrutture delle aziende italiane già pronte a cambiamenti di questa portata – ha sottolineato Mainetti -, è poco verosimile. Il rischio è quello di dover affrontare le prossime sfide, connesse alla digital transformation, senza aver una corretta base di competenze e di flessibilità infrastrutturale. Il fatto che la prevalenza del campione intervistato ritenga che i propri data center siano molto adeguati (47%) o abbastanza adeguati (49%) a supportare l’evoluzione del business ha, però, una sua chiave di senso: le risposte sono state date da chi si occupa di gestire le infrastrutture e dall’IT che, per ruolo e per natura, sono le figure che lavorano per renderle affidabili e sicure. In questo ambito i progetti evolutivi sono eventualmente rivolti al consolidamento e sono meno orientati alla sperimentazione del cloud pubblico. Se le stesse domande fossero state poste a direzioni di business volte al mercato o all’innovazione, i dati raccolti sarebbero stati probabilmente diversi”.

Gli analisti hanno poi esplorato le motivazioni che costituiscono un freno alla migrazione in cloud delle infrastrutture aziendali: al primo posto viene indicata ancora la sicurezza, da quasi la metà delle aziende (48%), seguita dai problemi associati alla connettività (20%) e alle criticità rispetto alle performance e all’affidabilità (17%). Significativo anche il fatto che l’8% delle organizzazioni adduca come ostacolo al cloud la perdita di presidio rispetto alla propria infrastruttura. La risposta, infatti, mette in evidenza come i modelli del Data Center Software Defined, dello IaaS e del Paas richiedano di continuare l’opera di evangelizzazione portata avanti da consulenti e provider.

data-center-italiani-1-768x432

Sicurezza nel mirino ma permangono diversi gap culturali

La ricerca, in dettaglio, indica come i tre principali freni all’adozione della nuvola siano legati ai temi della sicurezza e della business continuity. Esiste, infatti, una correlazione diretta con il fatto che il 75% dei data center italiani siano proprietari e come il 95% delle aziende affermi di avere livelli di sicurezza molto adeguati (48%) o mediamente adeguati (47%) a garantire la business continuity e la protezione dei dati. Il cambio di marcia del cloud destabilizza la governance.

“Proteggere i dati è una cosa, la business continuity un’altra. I limiti della sicurezza sono le vision: logiche, priorità e approcci diversi e non sempre funzionali – ha ribadito Luca Bechelli, Membro del Comitato Tecnico Scientifico CLUSIT e consulente indipendente per la sicurezza informatica -. È sempre un problema culturale: non ci si aspetta dal sistema informativo che certe informazioni debbano essere controllate e verificate. Si tollera che il sistema informativo possa sbagliare. Mancano un’analisi corretta: quanto è corretto il dato? Quanto è tempestivo? Che misure ho adottato per dirmi se il dato è stato alterato da una frode, acceduto da chi non è autorizzato? Solo con le giuste domande si possono mettere in campo approcci risolutivi. Queste tematiche legate alla sicurezza oggi sono molto disattese. In realtà sono poche le imprese che presidiano realmente la qualità dei dati. I livelli di riservatezza e di integrità dovrebbero far riferimento a criteri adottati di data governance e di data quality supportati da strumenti capaci di misurare e rendere trasparente la tolleranza e la correttezza dei flussi. Invece oggi si continua a ritenere che con un po’ di autenticazione degli utenti e account nominali si sia risolta la protezione delle informazioni. Avere contezza dei dati, invece, non è affatto scontato ed è fuori dal perimetro dei controlli che applica la maggior parte delle aziende. Quante hanno fatto un’analisi dei rischi vera e propria per capire l’adeguatezza delle misure? Dire “nessuno ha toccato i dati” finché sono rimasti intonsi non significa avere una buona sicurezza. Fare le opportune verifiche rispetto alle minacce che ci sono oggi e dimostrare di avere adottato misure adeguate non è ancora una cosa che le aziende hanno interiorizzato”.

L’esperto sottolinea come, parlando di cybercrime e di sicurezza aziendale, il 38% di risposte non sia una percentuale di protezione alta. È basica, perché non riflette una metodologia capace di affrontare le minacce nella loro evoluzione a capacità infinita.

“Che quasi il 49% delle aziende abbia una figura dedicata alla gestione della sicurezza che risponde al top management – conclude Bechelli – è invece un dato positivo. Che la sicurezza sia un tema del board e non dell’IT, infatti, è un bel segnale di maturità aziendale. Vuole dire che la direzione ha visibilità e commitment per intraprendere decisioni e scelte utili a disegnare servizi strategici e magari anche più appeal. Quel 49% delle imprese che ha una figura dedicata alla gestione della sicurezza che risponde al CIO, infatti, rivela una strategia meno efficace. La questione è il conflitto di interessi del CIO, la cui mission è spendere meno, rendere tutto più efficiente e proteggere le informazioni rimanendo nei budget. Rispetto alle risposte legate ai livelli di sicurezza adeguati a garantire la continuità operativa e la protezione dei dati, che la prevalenza delle risposte si collochi in alto è una conferma del fatto che le aziende hanno investito su questo aspetto da tempo: business continuity e disaster recovery sono stati i primi passi della governance consapevole. Sulla sicurezza invece ho dei dubbi: che il 47% risponda con una valutazione 4 e un 48% risponda con una valutazione 5 andrebbe approfondito. Nelle aziende, infatti, c’è una certa inconsapevolezza rispetto alle basi su cui debba essere fondata la protezione dei dati. Anonimizzazione, crittografia, solo per citare due approcci: a quale livello sono applicate? Il GDPR aiuta a definire l’asticella su cui andrebbe misurato il livello di adeguatezza sul livello di protezione dei dati. Il vero problema è che in Italia siamo fermi a best practice obsolete”.

In conclusione, i ricercatori mettono in luce come le imprese italiane oggi sperimentano disservizi per motivi tecnici più che per i furti di dati (anche perché spesso non sono coscienti di aver subito perdite di questo tipo). Quello che manca, è la capacità di scegliere figure dedicate alla sicurezza in azienda dotate anche di budget e margini di manovra. Le aziende difficilmente vanno a prendere un esperto di sicurezza. Quello che fanno è spesso cercare un bravo sistemista, un esperto IT a cui si dice che deve occuparsi anche di sicurezza. Il che non è strategico e rende i livelli di protezione disfunzionali.

Fonte: http://www.zerounoweb.it

SCOPRI TUTTI I SERVIZI iNEBULA

Carlo Calenda: altri 10 miliardi di euro nel piano Impresa 4.0

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 16 novembre 2017
Con un intervento a propria firma, il Ministro dello Sviluppo Economico comunica l’ammontare delle nuove risorse a disposizione per l’innovazione delle imprese italiane.

“Sono ancora troppo poche le imprese italiane che innovano e si internazionalizzano”. Un commento netto, scritto di proprio pugno dal Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 30 ottobre, con il quale commenta le sfide per il mercato manifatturiero italiano.

Di fronte alle sfide della globalizzazione, secondo il Ministro, “il sistema produttivo italiano è diviso tra un 20% di imprese competitive, un 20% di imprese in crisi e un universo di mezzo che sopravvive ma non ha ancora fatto il salto”.

Per questo innovazione e internazionalizzazione sono le due leve sulle quali investire per “costruire un benessere duraturo” e recuperare il ritardo di partenza.

Con il Piano Industria 4.0 crescita degli investimenti, ora si parla di Impresa 4.0

Calenda mette in evidenza i risultati ottenuti con il Piano Industria 4.0, oggi virato nella declinazione Impresa 4.0: “L’anno scorso – scrive – il Governo ha varato strumenti finanziari e incentivi fiscali automatici all’innovazione e agli investimenti tecnologici per circa 20 miliardi di euro. Il risultato è stato un aumento esponenziale degli investimenti delle imprese italiane, con picchi di quasi il 70% nell’incremento degli ordinativi delle macchine utensili nell’ultimo trimestre”.

È un piano che promuove una nuova visione di politica industriale e che è stato sostenuto da tutto il sistema politico e che, secondo il Ministro, non può esaurirsi in due anni, ma richiede un impegno di più ampio respiro e durata, per superare alcuni dei limiti più evidenti, soprattutto in termini di skill e competenze, che rendono il nostro Paese più lento sull’innovazione.

Confermato l’iper-ammortamento, arriva il credito di imposta per la formazione

Per la nuova wave, Calenda promette non solo stimoli fiscali agli investimenti ma anche un credito di imposta per la formazione e il potenziamento degli Istituti tecnici superiori. E si parla complessivamente di ulteriori 10 miliardi di investimenti.
Intanto, per quanto riguarda proprio la nuova legge di Bilancio, le prime indiscrezioni sulle agevolazioni. Il super-ammortamento passa dal 40 al 30%: c’è dunque una leggera limitazione sulla maggiorazione rispetto al costo di acquisizione.
L’iper-ammortamento resta confermato al 150 per cento, mentre è previsto un credito di imposta al 40% per le spese sostenute per la formazione 4.0, fino a un massimo di 300.000 euro.

Fonte: http://www.internet4things.it

SCOPRI TUTTI I SERVIZI iNEBULA

Quale futuro per la Robotic Process Automation? iNebula risponde con Reco.

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 13 novembre 2017

 

Il mercato legato alla Robotic Process Automation (RPA), ovvero all’automazione robotica dei processi, raggiungerà entro il 2020 il valore di ben 4,98 miliardi di dollari.

Infatti, secondo un’indagine dell’Everest Group, il 28% delle aziende ha già implementato una tecnologia di robotic process automation e il 50% dei dipartimenti e centri IT in-house delle aziende sta già attivamente progettando o implementando esperienze pilota. Oltre il 40% del campione ritiene che la RPA sia una delle migliori tecnologie abilitanti al momento su cui valga davvero la pena investire.

Process Robotic  Automation: di cosa parliamo?

Come definito dall’Istituto per la Process Robotic Automation (IRPA), RPA consente ai dipendenti di una società di configurare un sistema o un “robot” per manipolare dei dati innescando risposte automatiche e comunicando con altri sistemi digitali. La RPA consente, pertanto, alle aziende di beneficiare dell’automazione di  processi e analisi avanzate all’interno dei flussi produttivi a costi contenuti, cosa che non era possibile con i metodi di automazione precedenti.

I software di automazione sono programmati per essere utilizzati all’interno di processi  per il  monitoraggio dei dati per ottenere da un lato un miglioramento nella produttività, dall’altro un’accurata conformità agli standard e alla qualità. L’automazione robotizzata ha modernizzato la  modalità di gestione e supporto dei diversi processi di business e di quelli di workflow e back-office, gestendo il tutto in modo più efficace ed economicamente vantaggioso.

Una recente indagine di Transparency Market stima che il mercato della robotica legato al settore IT si espanderà del 47,1%, raggiungendo la cifra economica di oltre 17 miliardi di dollari entro il 2024. 

Quali i settori interessati?

Le soluzioni RPA possono essere applicate a una vasta gamma di settori: ad esempio nell’automazione dei processi di routine come approvazioni dei mutui nel settore bancario o conferme d’ordine nel settore manifatturiero o di viaggio dove, grazie all’impiego di queste soluzioni, si libera il tempo degli operatori umani. Queste soluzioni possono ridurre drasticamente il tempo necessario per completare le attività, ridurre il numero di errori nelle operazioni e liberare i lavoratori per indirizzarli ad attività diverse e più innovative.

Oggi le aziende in quasi tutti i settori si trovano ad affrontare una serie di sfide legate ai propri processi di business. Una prima criticità è data dalla non interoperabilità e frammentazione dei diversi sistemi di back-end e front-end, fondamentale per l’interazione con i clienti. Velocità e precisione in questi casi sono di vitale importanza e per questo l’automazione non può che portare vantaggi.

Un caso concreto che può fare scuola è quello di un importante gruppo di servizi finanziari in Italia, che aveva una propria società di contact center per fornire business process outsourcing per le organizzazioni finanziarie e assicurative. Le prestazioni quotidiane erogate da parte dei contact center avevano raggiunto la propria capacità massima: 650 mila chiamate mensili gestite da circa 500 operatori, costretti a spendere troppo tempo nelle attività di immissione dati e follow-up. Il gruppo di servizi finanziari è stato in grado di migliorare la qualità, la prevedibilità e la velocità dei propri centri di contatto integrando soluzioni RPA e arrivando a gestire così più di 8.000 segnalazioni al mese, con un 99% di precisione nel prevenire attività di tipo fraudolento e una riduzione del tempo medio di consegna della fase di wrap-up passata dall’82% al 100%.

Quali mercati, in quali Paesi?

Il mercato IT relativo all’automazione robotica è segmentato nell’indagine sulla base di due tipi fondamentali di soluzioni offerte: strumenti e servizi. Il mercato relativo agli strumenti prevede di espandersi a un CAGR(Compound Annual Growth Rate ovvero tasso annuo di crescita composto) più veloce del 51,8% rispetto al segmento dei servizi. I servizi IT di automazione robotica attualmente rappresentano il segmento maggiore, con una quota di oltre il 68% all’interno del mercato internazionale rispetto al 2015.  L’automazione robotizzata è stata prevalentemente adottata in varie aziende del Nord America, facendo di questa regione l’azionista dominante in termini di entrate all’interno del mercato IT globale dell’automazione. Le stime indicano che la regione continuerà ad osservare una crescita significativa nel campo dell’automazione robotica anche nei prossimi anni. In Europa si prevede una crescita sana dal punto di vista della domanda di automazione robotica entro il 2024, considerando anche il fenomeno della digital transformation all’interno del tessuto produttivo.

Nella regione asiatica si stima lo sviluppo di un mercato ad alto potenziale nei prossimi anni: Paesi tecnologicamente avanzati come il Giappone e la Cina sono i maggiori contribuenti in termini di adozione di automazione di processo.

Cambieranno dunque i processi e con questi, grazie all’automazione, anche il lavoro: secondo le previsioni fornite dal World Economic Forum già dal prossimo anno si vedranno “polverizzati” circa 5 milioni di posti di lavoro nelle 15 principali economie del mondo.

L’impiego sempre maggiore di Big Data, intelligenza artificiale e processi di automazione, dunque, modificherà profondamente non solo le aziende e i loro processi, ma anche e soprattutto il modo di lavorare.

Qual’è la risposta di iNebula? 

In tutti i settori le aziende “tradizionali” stanno affrontando o si accingono ad affrontare un percorso di trasformazione digitale. Un percorso che non può però limitarsi semplicemente alla “digitalizzazione” dei processi esistenti e o a portare online il vecchio modello di business. I cambiamenti indotti dal digitale nella società, nei comportamenti d’acquisto, nei modelli competitivi, richiedono alle aziende di ripensare e innovare in maniera sostanziale i propri modelli di business. Digitalizzazione, Automazione, Process Governance sono argomenti che trattiamo da diversi anni e che ci vedono in prima linea per migliorare non solo il lavoro quotidiano ma per migliorare i costi aziendali. iNebula è l’interlocutore più adatto per accompagnarti sulla strada della digitalizzazione attraverso i suoi servizi di Process Governance, Sicurezza e i progetti IOT.

Parliamo ad esempio di  iNebula RECO il servizio in cloud di riconoscimento automatico, gestionale e di trasferimento delle scritture contabili.

iNebula RECO consente ad Aziende, Studi Commercialisti e Associazioni di Categoria di automatizzare il processo di registrazione delle scritture contabili, fatture attive e passive, eliminando la necessità, l’onere e i tempi delle scritture manuali di prima nota.

Il Servizio iNebula RECO si compone di tre fasi:

  1. Conferimento dei documenti da processare e riconoscimento automatico dei campi delle fatture necessari ai fini della dichiarazione IVA;
  2. Interazione con il software gestionale/ERP del Cliente per trasferire i dati elaborati alla contabilità;
  3. (Opzionale) Conservazione a Norma dei documenti processati e costituzione dell’Archivio Digitale;

SCOPRI LE CARATTERISTICHE E I VANTAGGI DEL SERVIZIO 

Fonte: http://www.bitmat.it

 

La cybersecurity in azienda deve essere una responsabilità di tutti

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 07 novembre 2017

Le aziende oggi investono in sistemi di cybersecurity, hanno dei programmi di education, degli standard e delle procedure che aiutano a mantenere le informazioni sicure.
Spesso, però, si tende a dimenticare che la prima linea di difesa è l’individuo, il singolo dipendente. E questo è un punto molto importante, che sta creando diverse criticità.

Nella prima metà del 2017, le truffe Business Email Compromise (BEC) sono state, infatti, una delle principali minacce alle aziende. Secondo uno studio dell’FBI, pubblicato a maggio, le perdite globali determinate da queste truffe hanno raggiunto, a partire dal 2013, i 5,3 miliardi di dollari. Purtroppo non c’è motivo di credere che questo fenomeno possa rallentare, inoltre molte aziende sono anche restie ad ammettere di aver subito attacchi per non incorrere in danni di reputazione e questo non aiuta a comprendere a pieno la portata reale del fenomeno, che va a colpire direttamente gli individui che lavorano nell’azienda. E secondo i nostri studi e come mostrato dai grafici, le figure maggiormente colpite sono quelle dei reparti finance/amministrazione, con in testa, ovviamente, il CFO.

image003

 

image005

 

Come contrattaccare?

Per rispondere alle minacce serve uno sforzo coordinato. La security richiede infatti una visione e delle policy, che devono essere insegnate. È il Chief Information Security Officer (CISO) che deve creare le policy e occuparsi delle fasi di education, oltre a stabilire il budget necessario a supportare lo sviluppo di queste policy.

Un programma di security inoltre, richiede degli standard che dovrebbero includere il set di controlli base e i processi per migliorare i controlli a seconda dei nuovi rischi. Il CISO guida i tecnici nello sviluppo di questi standard e lavora con l’IT e le HR per integrarli nei processi e nelle operazioni aziendali. Il team di security deve avere anche le procedure per rilevare un problema, gestire e rimediare alle conseguenze di una violazione e informare le parti interessate sul problema e la sua soluzione. I dipendenti devono inoltre essere informati ed avere consapevolezza dei rischi e dei possibili attacchi.

Come creare un programma di awareness per i dipendenti?

Quando si pensa a un programma di awareness si può utilizzare un modello per validarne l’efficacia. Si deve immaginare un dipendente della propria organizzazione camminare per gli uffici. All’improvviso, il dipendente vede qualcuno compiere un’azione sul proprio computer che potrebbe essere sbagliata. A questo punto, bisogna quindi farsi tre domande sul dipendente:

  • Il dipendente è a conoscenza se l’azione che ha visto era giusta o sbagliata?
  • Il dipendente potrebbe scegliere di avvisare qualcuno?
  • Se prendesse il telefono, saprebbe chi chiamare?

Se la risposta a tutte e tre le domande è “si”, il programma è efficace. Se c’è almeno un “no”, il programma di awareness fallisce.

Se il dipendente non è a conoscenza di ciò che determina un’azione sbagliata, non la riconoscerà infatti, non farà nulla e il programma fallirà. Questo è il cuore dell’awareness quando parliamo di security. Altro caso, se il dipendente riporta il problema ma la persona all’help desk non sa che cosa fare, il programma fallisce nuovamente. Questo è un test che valuta le procedure dell’azienda. Se un dipendente ha paura di denunciare un problema perché teme di essere declassato o di suscitare antipatie, è una questione che riguarda la cultura aziendale e in ogni caso determinerà un nuovo fallimento del programma.

Questi esempi dimostrano come i risultati di una strategia di security possano essere indipendenti dalle questioni tecnologiche. Soluzioni, prodotti e tecnologie sono importanti e necessarie ovviamente, ma senza il giusto livello di consapevolezza, la giusta cultura e i processi corretti, gli investimenti non saranno mai sufficienti.

 

Fonte: http://www.bitmat.it

SCOPRI LA CYBERSECURITY DI iNEBULA