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EVENTO formativo gratuito sulla TRASFORMAZIONE DIGITALE

> pubblicato in Eventi
> il 22 febbraio 2017

MILANO | GIOVEDI 9 marzo ore 16 | 18

COME LA TRASFORMAZIONE DIGITALE  MIGLIORA LA PROCESS GOVERNANCE

iNebula in collaborazione con CRIBIS organizza un evento formativo gratuito sul tema della TRASFORMAZIONE DIGITALE e delle soluzioni studiate per aiutare le aziende a gestire i processi in modo più efficiente.
Parleremo delle soluzioni customizzate che consentono di attivare un governo dei processi migliorando la qualità delle attività e del lavoro quotidiano.

Saranno nostri ospiti:

ROBERT BRAGA – Componente Forum Fatturazione elettronica presso Agenzia delle Entrate
Presidente commissione informatica ODCEC di Novara

MICHELE COLOMBO – Marketing Coordinator Marketing Department di Cribis

VALERIO CLERICI – Sales e Product Manager di iNebula

 

AGENDA

16.00 – 18.00 : PRESENTATION&TRASFORMATION

Dott. Robert Braga – L’impresa nell’evoluzione digitale: dalla fatturazione elettronica alla conservazione a norma. Analisi dei benefici, anche fiscali.
Dott. Michele Colombo – La trasformazione digitale dei processi di marketing automation e lead generation.
Valerio Clerici – Come le soluzioni iNebula migliorano la complessità dei processi e contribuiscono a migliorare la qualità delle vite aziendali delle persone:
iNebula FATTURA PA: certifica, invia e conserva in modo automatico e sicuro.
iNebula RECO: sistema di riconoscimento automatico, gestione e trasferimento delle scritture contabili.
iNebula Delivery: sistema di controllo delle comunicazioni verso il cliente. Sicuro e affidabile.

18.00 – 18.30 : COCKTAIL NETWORKING

 

REGISTRATI ALL’EVENTO GRATUITAMENTE

Digitale, tutti bravi a parlare ma manca una governance efficace

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 13 febbraio 2017

Il mercato digitale italiano è ancora piccolo. Troppo piccolo. Sì, è vero, la crisi non ha aiutato. Ma non è una giustificazione a cui ci si potrà aggrappare ancora a lungo. Il 2016 è stato salutato con ottimismo: la curva è tornata in andamento crescente e a meno di sorprese congiunturali, di ordine economico ma anche politico, il trend dovrebbe consolidarsi nel 2017.

L’anno appena trascorso ha chiuso con un giro d’affari di circa 32.000 milioni di euro (dati Assinform) superiore rispetto al 2015. Una crescita consistente, ma non sufficiente a fare la differenza in un Paese, l’Italia, in cui il digitale può rappresentare forse l’unica vera leva su cui fare forza per garantire un futuro al Paese tutto, a partire dai giovani. Quei 32.000 milioni rappresentano una crescit13a anno su anno di poco più di un punto percentuale. Una goccia nel mare dunque. Ancor di più se si considera che nelle classifiche della ricchezza mondiale le imprese in pole position si chiamano Google, Facebook, Amazon.

Se è vero che il digitale è parola oramai sulla bocca di tutti – quantomeno nel mondo dell’impresa –  fra il dire e il fare c’è una differenza così abissale da rendere il tutto paradossale.  Secondo le rilevazioni appena rese note nel report realizzato per Assiteca dagli Osservatori della School of Management del Politecnico di Milano il 95% delle aziende italiane ritiene l’innovazione digitale un fattore rilevante. Il 95%, avete letto bene. E sebbene si tratti di un campione (quello intervistato), il dato è sorprendente. Quattro imprese su dieci, inoltre, considerano il digitale un fattore imprescindibile per lo sviluppo futuro del business. Bene, benissimo. Siamo alla svolta dunque, verrebbe da pensare a caldo. Ma le cose non stanno così. Perché fra le parole ed i fatti concreti l’abisso è altrettanto sorprendente. La media degli investimenti in Ict è pari all’1,1%. Meno del 25% delle imprese va oltre questa soglia e si tratta di quelle di grandi dimensioni, dai 250 dipendenti in su.

Come mai? Non ci sono risorse? No. Non è questo il punto. Almeno stando a quanto rivelano i ricercatori del team Assiteca-Polimi. L’ostacolo numero uno è rappresentato dalla mancanza di una governance efficace. Un déjà-vu, considerato che si tratta della medesima problematica riscontrata a livello di Pubblica amministrazione, dove il livello di digitalizzazione è decisamente insoddisfacente per un Paese annoverato fra le principali economie mondiali. L’impresa, dunque, ed è difficile che avvenga il contrario, è lo specchio del proprio Paese, delle politiche di governo e delle strategie economiche.

In molte delle realtà aziendali prese in esame non vi è una chiara strutturazione dei ruoli e delle attività: nel 18% dei casi la gestione è addirittura “occasionale” e nel 4% le unità organizzative si muovono ciascuna per proprio conto, senza un presidio centralizzato che faccia da “regia” a iniziative e investimenti. La crisi economica, allora, diventa un alibi a cui appigliarsi a buon mercato quando non si vogliono ammettere le proprie responsabilità. E la responsabilità sta anche nell’autoanalisi.

Portare avanti la bandiera del digitale non significa “farsi belli” con le parole. L’innovazione non è uno slogan ma è fatta di azioni concrete. La prima delle quali passa dall’ “inventario” delle proprie risorse, quelle umane, alias dalle competenze di cui si dispone per passare all’azione sulla base delle proprie specifiche esigenze di business e di sviluppo. Chiedere aiuto a chi è riuscito a ri(organizzarsi) sicuramente è un buon inizio. Le piccole e medie imprese, in particolare, possono trovare nei livelli alti della filiera interlocutori che sugli asset digitali stanno costruendo il proprio futuro e che hanno tutto l’interesse a spingere l’ecosistema. Da parte loro i “big” dovrebbero prendersi la responsabilità di fare da traino e da esempio per chi ancora fa fatica a comprendere le dinamiche del nuovo mercato. Non è forse questo il “fare rete” di cui si parla da decenni? Qualcuno lo ha compreso. E paradossalmente è stata proprio la crisi a far aguzzare l’ingegno. Necessità fa virtù.

Ma la svolta vera non potrà che arrivare dal mix – questo sì davvero virtuoso – fra politiche aziendali e politiche governative, nell’ottica di una governance “condivisa” nelle intenzioni e negli obiettivi. Il Piano Industria 4.0 fa ben sperare, almeno sulla carta. E da parte sua il team capitanato da Piacentini (#aiutiamopiacentini) avrà l’arduo compito di trovare e fornire la “chiave” che aprirà al Paese la porta dell’opportunità digitale. Gli incentivi ci sono, gli esperti non mancano. Forse però è arrivato davvero il tempo di uno switch off.

La strage di Rigopiano è stata una cartina di tornasole (anche) dello stato “digitale” delle nostre pubbliche amministrazioni in cui al tempo degli smartphone c’è ancora chi legge le e-mail solo dal suo computer fisso in ufficio e si appella al blackout elettrico per trovare una giustificazione alla mancata ricezione del messaggio. Il nostro è un Paese – inutile negarlo – in cui la burocrazia vince sull’innovazione. Ecco perché c’è bisogno di governance efficiente. Altrimenti anche nel 2017 e chissà per quanti anni ancora il digitale non resterà che una goccia nel mare.

Fonte: www.corrieredellecomunicazioni.it

 

Semplificazioni, incentivi e vantaggi fiscali per chi conserva digitalmente

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 06 febbraio 2017

Abbiamo affermato più volte che la conservazione digitale conviene. Lavorare con documenti digitali, anziché cartacei, permette di risparmiare denaro, tempo e forza lavoro perché, se sono inviati, ricevuti e conservati in formato elettronico, i documenti non devono essere ogni volta: trascritti, protocollati, inseriti in fascicoli, classificati, spostati e ricercati tra armadi, cassetti, carpette e scatole. Dunque, i processi diventano più efficienti, si guadagna spazio in ufficio e si riduce il rischio di perdere i documenti.

Tuttavia, i vantaggi non finiscono qui perché ne arrivano di ulteriori dalle normative vigenti in tema di conservazione digitale di fatture elettroniche, libri, registri contabili e documenti fiscali in genere. 

I nostri servizi iNebula Fattura PA, Delivery, RECO e Archive sono stati studiati per aiutare le aziende a gestire i processi in modo più efficiente basandosi su tecnologie innovative. Garantiamo i più alti standard di sicurezza consentendoti di ottimizzare e risparmiare tempo e denaro. Abbiamo sviluppato soluzioni customizzate che consentono di attivare un governo dei processi che migliorano la qualità delle attività e del lavoro quotidiano.

L’IMPOSTA DI BOLLO SUI DOCUMENTI FISCALI DIGITALI

L’imposta di bollo dovuta per la tenuta del libro giornale e dei libri sociali obbligatori è determinata secondo criteri differenti a seconda che la contabilità sia tenuta in modalità cartacea o informatica. Nel primo caso è prevista un’imposta di 16€ ogni 100 pagine o frazioni di esse per le società di capitali (32€ per i soggetti di tipo diverso). Per i documenti informatici è invece prevista un’imposta di 16€ ogni 2.500 registrazioni[1] o frazioni di esse, da versare in modalità telematica utilizzando il modello F24, 120 giorni prima della chiusura dell’esercizio.

Dal 1° gennaio 2015 il modello di “dichiarazione dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale” va presentato esclusivamente con modalità telematiche. L’Agenzia delle Entrate ha anche approntato delle procedure automatizzate per la trasmissione della dichiarazione da parte dei contribuenti e per la liquidazione dell’imposta da parte dell’Ufficio.

DICHIARAZIONE DEL LUOGO DI CONSERVAZIONE DEI DOCUMENTI DIGITALI

Altre semplificazioni arrivano dalla risoluzione n. 81/E del 23 settembre 2015 dell’Agenzia delle Entrate. In base a questa, il professionista o l’impresa che decida di affidare il processo di conservazione digitale dei propri documenti fiscali ad un soggetto terzo non è più tenuta a dare comunicazione preventiva dei luoghi di conservazione dei documenti stessi con il modello di variazione dati IVA (AA7 o AA9) quando il soggetto terzo svolga unicamente le attività di conservazione dei documenti fiscali del cliente.

Difatti, nel Codice dell’Amministrazione Digitale e nel manuale della conservazione, si definisce “conservatore” il soggetto che opera solo il processo di “conservazione elettronica” dei documenti fiscali. Questi può coincidere con il contribuente, assumere la veste del depositario (colui che gestisce la contabilità e assume specifiche responsabilità ai fini fiscali) o essere un soggetto terzo. In quest’ultimo caso, poiché il conservatore (“elettronico”) non è il depositario delle scritture, il contribuente non è tenuto a comunicare il luogo di conservazione dei documenti digitali mediante il suddetto modello di variazione dati IVA.

AGEVOLAZIONI FISCALI PER FATTURAZ0IONE ELETTRONICA E TRASMISSIONE TELEMATICA DEI CORRISPETTIVI

Con il Decreto legislativo n. 127 del 5 agosto 2015, per incentivare l’utilizzo della fatturazione elettronica e la trasmissione telematica dei corrispettivi, il Governo italiano ha introdotto una serie di norme che riducono gli adempimenti amministrativi e contabili a carico  dei contribuenti. In sostanza si parla di incentivi fiscali e procedure più semplici per tutti i soggetti che decidono di avvalersi della trasmissione telematica delle fatture o dei relativi dati e dei corrispettivi.

Tra le misure previste:

  • l’esecuzione in via prioritaria dei rimborsi IVA, entro tre mesi dalla presentazione della dichiarazione annuale;
  • l’esonero dall’effettuare una serie di comunicazioni obbligatorie, relative a spesometro, “black lists”e limitazioni Intrastat 
  • la riduzione dei termini di accertamento, da quattro a tre anni;
  • la semplificazione dei controlli fiscali.

A questo punto non ci resta che scoprire quali regole e comportamenti seguire perché la conservazione digitale e riproduzione dei documenti informatici ai fini fiscali sia a norma di legge e capire quale sia la più adatta alle nostre esigenze tra le soluzioni di Process Governance di  iNebula.

INTERNET OF THINGS – L’EVOLUZIONE INNOVATIVA

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 03 febbraio 2017

In Italia si è iniziato a parlare di Industry 4.0 solo da pochi mesi, da quando le proposte di Confindustria Digitale sono state recepite dal Governo e inserite nella legge di stabilità. In effetti, la digitalizzazione della produzione industriale è in corso da anni sia per le grandi industrie sia per le piccole e medie imprese. In particolare, la trasformazione digitale delle PMI manifatturiere è iniziata a fine anni Novanta, con la digitalizzazione dei cataloghi e l’apertura di “vetrine online”, così come sono stati eliminati tecnigrafi e stampe litografiche, sostituiti da strumenti CAD e stampanti laser. Oggi è la volta della digitalizzazione dell’intero processo di business, dal design di prodotto alla logistica, e come per le precedenti evoluzioni, chi non si adegua sarà fuori mercato in breve tempo. Ma c’è anche una novità: il completamento del lungo processo di digitalizzazione iniziato anni fa permette in modo particolare alle PMI di strutturarsi per offrire ai mercati prodotti “custom” in piccola serie. Non prototipi realizzati con stampanti 3D, non piccole serie di prodotti ad alto valore, ma piccole serie di prodotti con qualità e prezzi standard delle grandi serie, fatte su specifiche del cliente.

Si crea quindi un momento di discontinuità e ci chiediamo come faranno le grandi imprese a rispondere a questa nuova minaccia e con quali tecnologie? L’Italia è ricca di PMI con grande capacità di produrre qualità e per queste aziende si tratta di un’occasione unica di crescita, con l’opportunità di poter competere con aziende internazionali. Inoltre, su piccole produzioni di serie, il prezzo è un fattore secondario, mentre più rilevanti sono qualità e contenuto innovativo. Sul tema delle tecnologie richieste serve evidenziare che la “i” di IoT non sta per Internet, ma per Intelligenza. Intelligenza delle cose.

 

INTELLIGENZA DELLE COSE

Ogni anno gli analisti pubblicano decine di report che illustrano come siamo e saremo sempre più circondati da oggetti che producono informazioni e comunicano via Internet, ma quasi nessuno ci offre una descrizione di come saranno fatti questi dispositivi: assomiglieranno a PC? A piccoli robot? Derivazioni di smartphone privi di monitor, ma dotati di un numero maggiore di sensori? Nessuno si sbilancia, perché esistono ed esisteranno sempre più tipologie di oggetti, dai più stupidi ai più intelligenti, che avranno il compito di sostituire alcune attività umane che in un processo produttivo 4.0 diverranno frenetiche, ripetitive e dovranno essere automatizzate il più possibile.

Un esempio: il controllo qualità di una produzione massiva viene fatto a campione su poche unità per migliaia di prodotti realizzati, mentre su piccole serie a elevata qualità il controllo deve essere fatto su ogni singolo prodotto. Riteniamo quindi che l’adozione di sensori, strumenti di misura connessi alla rete e attuatori intelligenti, dovrà entrare massicciamente nelle nostre fabbriche, ma come governare il flusso di dati che arriverà dai tanti oggetti IoT connessi a un impianto industriale? In questi anni sul tema del governo dei dati si sono spese due parole: Big Data.

Purtroppo la questione non è così semplice, perché occorre ricordare un principio matematico fondamentale che deve guidare ogni misurazione: la misura è un’informazione composta da tre parametri: valore, un’incertezza e un unità di misura. Parlando di dati IoT nel Big Data Repository, se sul primo e sul terzo parametro, in genere non vi sono dubbi, quasi mai abbiamo informazioni certe sull’attendibilità, affidabilità, ripetibilità del dato. In sintesi sulla sua qualità. Questo perché i Big Data Repository vengono concepiti per applicare principi di statistica che come è noto sono affidabili solo sui grandi numeri. Ma, se abbiamo bisogno di controllare puntualmente un dato tecnico misurato nel processo produttivo potendolo confrontare con altri per dedurre l’esistenza di un’anomalia, abbiamo assoluta necessità di comprendere l’affidabilità del dato. Per questo non possiamo non prendere in considerazione l’origine del dato, ovvero il sensore IoT, e controllarlo in modo continuativo.

Cosa accade ad esempio se ci accorgiamo che una data serie di sensori produce un valore con un errore superiore alle attese? Possiamo sostituire migliaia di sensori? Come possiamo sapere dove si trovano e chi li sta utilizzando? Quali danni sta producendo l’errore? Con l’approccio “digitale” a questo problema la soluzione è semplice e composta da una serie di requisiti che gli oggetti IoT devono avere, requisiti sinteticamente riportati di seguito.

Il dispositivo deve essere univocamente identificabile.

Il dispositivo stesso deve fornire informazioni sul suo “stato di salute”, ore lavoro, anomalie di funzionamento, condizioni ambientali in cui opera, ecc., al fine di poter “pesare” i dati prodotti e normalizzarli per renderli confrontabili con altri dati.

Il dispositivo deve anche poter ricevere comandi operativi che permettono di attivare test di funzionamento approfondito e fornire gli esiti.

Non solo, deve accettare comandi operativi solo da un sistema identificato.

E ancora, il firmware o software di base deve essere aggiornabile per garantire la correzione di eventuali errori di programmazione o progetto.

Il dispositivo deve essere inoltre in grado di usare tecniche di criptografia sofisticate per evitare che i dati da lui prodotti possano essere manomessi prima di raggiungere il repository.

Il dispositivo, infine, deve utilizzare certificati di sicurezza mediante i quali cripta i dati, si identifica ai sistemi di controllo, ottiene le configurazioni di base.

Se analizziamo gli ultimi due incisi – utilizzo di tecniche criptografiche e impiego di certificati di sicurezza – si evidenzia che la qualità dei dati non è necessariamente compromessa da un evento anomalo e casuale, ma ci possono essere manipolazioni per scopi dolosi. Tutto ciò ci porta a considerare che il Big Data Repository non sia una risposta sufficiente per governare i dati, ma che serva un’applicazione che possa prendersi cura dell’intero processo di produzione dei dati: le “soluzioni verticali”.

LE SOLUZIONI VERTICALI

Un esempio è il sistema antincendio industriale. In questo settore specifico grandi aziende hanno raggiunto notevoli livelli di sofisticazione, con sensoristica molto efficiente, facile da installare, affidabile, con attuatori in grado di attivare contromisure e una centrale di raccolta dati che è in grado di segnalare l’evento a operatori umani. Per contro si tratta di una soluzione chiusa, che fornisce poche informazioni attraverso segnali digitali abbastanza limitati. Ma, se ipotizziamo di dover governare la sicurezza fisica di un grande impianto produttivo, il solo impianto di antincendio non basta.

Dovremo disporre di un sistema di controllo perimetrale per essere allertati se qualcosa o qualcuno cerca di entrare in modo irregolare nel nostro impianto, dovremo disporre di un sistema di videosorveglianza, di controllo accessi, sia per le persone che per IoT e altro ancora. Occorre una visione integrata di tutte le informazioni, pena l’incapacità di governare fenomeni più complessi di un banale falso allarme: se viene segnalato un incendio e il controllo degli allarmi perimetrali non viene sorvegliato, perché il personale è impegnato a verificare l’allarme, qualcuno potrebbe entrare inosservato, come da copione standard di molti film di Hollywood.

LA PIATTAFORMA IOT

L’approccio corretto non è quello di dotarsi di tante soluzioni verticali perfette per affrontare temi specifici, ma affrontare il problema attraverso una “piattaforma IoT”. Una piattaforma IoT è un sistema articolato in grado di governare in modo efficiente, una serie di tematiche, comuni a ogni soluzione verticale e prevede i punti seguenti.

Attivazione dei dispositivi: se il dispositivo è sufficientemente versatile la piattaforma gli fornirà automaticamente le configurazioni iniziali e il software progettato per svolgere determinati compiti.

Connettività sicura dei dispositivi: deve fornire strumenti di base per comunicare in modo sicuro nelle varie modalità che la tecnologia wireless, e non wireless, mette a disposizione. Deve inoltre garantire la facilità di installazione in reti remote, senza la necessità di configurazioni specifiche di apparati di sicurezza. Ove richiesto, deve fornire strumenti di gestione della connettività di backup via 2G e 3G se il collegamento principale viene interrotto.

Monitoraggio dei dispositivi: deve controllare costantemente che i dispositivi siano attivi, raggiungibili e correttamente operativi.

Aggiornamento software dei dispositivi: deve fornire strumenti per aggiornare in modo massivo migliaia di dispositivi in modo automatico senza dover richiedere l’intervento umano per la gestione di eccezioni e anomalie.

Aggiornamento dei certificati di sicurezza: deve fornire strumenti per aggiornare in modo massivo e automatico i certificati utilizzati dai dispositivi per cifrare dati in fase di invio in rete.

Raccolta dati: deve fornire uno strumento di base affinché i dati raccolti da dispositivo vengano ricevuti dalla piattaforma senza rischio di perderli. Ove necessario deve applicare le logiche di decodifica del dato per renderlo intellegibile da ogni applicazione.

Modellizzazione al dato: la piattaforma deve fornire uno strumento di data modelling che permetta a ogni applicazione di accedere a qualsiasi dato indipendentemente dal dispositivo di origine e dal modo con cui il dato è stato rilevato. In pratica assegnando una sorta di indirizzo al dato: timepo:dominio, device, applicazione, metrica, topic.

Correlazione dati: la piattaforma deve fornire strumenti di descrizione di “eventi significativi” che la piattaforma stessa genererà al verificarsi di date condizioni, correlando i dati ricevuti in tempo reale. Gli eventi devono poter produrre nuovi dati, allarmi, messaggi SMS o Twitter, o invio di dati ad altre applicazioni.

Gestione utenze: la piattaforma deve permettere la profilazione di utenti umani e applicativi a cui vengono garantite determinate funzionalità operative sulla piattaforma, device e dati.

Automonitoraggio: la piattaforma deve controllare costantemente lo stato operativo delle sue componenti funzionali e generare eventi in caso di anomalia.

Una motivazione in più per utilizzare una piattaforma IoT è la gestione del dato proveniente da device di bassissimo profilo (Low Power device) collegati mediante reti LPWAN (Low Power Wide Area Network).

I DATI “RAW”

Lo scopo di queste reti e di questi dispositivi è la riduzione dei costi complessivi della raccolta dei dati. Non fanno pertanto uso di reti wireless basate su frequenze licenziate e abbattono i costi degli impianti di alimentazione, poiché utilizzano solo energia proveniente da batterie. Tuttavia, visto che le batterie attuali non hanno una grande capacità, per garantire anni di funzionamento, questi sensori limitano al minimo necessario i messaggi che inviano e minimizzano le dimensioni del messaggio stesso codificando i dati nel modo più efficace possibile.

Sono detti “dati RAW”. Dato che questa codifica non rispecchia alcuno standard, solo l’applicazione che è in grado di decodificare il messaggio inviato sarà in grado di utilizzarlo. Ciò fa venire meno la possibilità di correlare il dato con altri provenienti da altre sorgenti. In altre parole, farebbe venir meno la ragion d’essere della piattaforma. Proprio per questo la piattaforma deve essere programmabile per poter decodificare queste tipologie di dati “RAW” e mettere a disposizione delle applicazioni i dati veri. Dopo questo lungo excursus sulle problematiche legate all’IoT e all’Industry 4.0 non resta che sintetizzare le conseguenze per utenti finali, service provider e system integrator.

COSA FARE

Le imprese dovranno avvalersi di un sytem integrator innovativo che a sua volta dovrà evitare di vedere il cliente come l’utilizzatore finale delle proprie expertise, ma guardare all’anello successivo della catena del valore in una logica che si può definire B2B2C: business to business to consumer. È fondamentale approcciare l’evoluzione innovativa con uno sguardo al reale beneficiario finale. Solo in questo modo si potranno modulare costi, vantaggi, progetti a breve e lungo termine, per permettere alla PMI di essere per molto tempo efficaci sul loro mercato e quindi condividere un risultato positivo e in progressiva crescita.

Uno dei punti fondamentali è ovviamente la scelta della piattaforma. Qui nuovamente occorre abbandonare le logiche di affiliazione a brand storici che sanno certamente comunicare, ma non sono rapidi nell’evolvere tanto quanto deve essere rapido il cliente. Quasi scontato, ma meglio ribadirlo, la piattaforma IoT scelta deve essere “cloud”. Ibrido, privato o pubblico, poco importa. Quello che conta è che deve garantire crescita rapida e costi lineari a vantaggi forniti. Un pensiero anche ai grandi service provider che oggi preferiscono vendere “pacchetti” al posto di vendere “soluzioni”. È evidente il salto generazionale che si sta concretizzando: l’opportunità di far proprie le soluzioni commerciali di chi come iNebula (www.inebula.it) offre una potentissima piattaforma. Ogni immobilismo e semplificazione al contrario sono da considerarsi pericolose.

Fonte: www.technelab.it

CES 2017: i trend per la casa del futuro

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 30 gennaio 2017

 

Al CES 2017 protagonisti tecnologia e innovazione. Si è tenuta a inizio gennaio, dal 5 all’8, a Las Vegas in Nevada (USA) una delle più grandi fiere al mondo di prodotti tecnologici. Il CES 2017, fondato 50 anni fa e conosciuto anche come Consumer Electronics Show, è prodotto dalla Consumer Technology Association e rappresenta ancora oggi uno dei più importanti appuntamenti mondiali con i progetti e i prototipi più innovativi provenienti dal mondo dell’elettronica, molti dei quali negli scorsi anni hanno contribuito a rivoluzionare interi segmenti di mercato.

 Rispetto al passato, l’evento è oggi meno consumer e vetrina anche di e-commerce, soluzioni aziendali e startup, ben 600 quest’anno. Su una superficie di 800.000 metri quadri, il CES 2017 ha visto esposti i prodotti di 3.800 aziende appartenenti a 24 categorie merceologiche; più di 300 conferenze e circa 165.000 visitatori provenienti da 150 paesi.

Tante le novità presentate al CES, da automobili smart, eco e connesse a mini-droni in grado di seguire il loro proprietario, robot, realtà aumentata e gadget di ogni genere. Ma grande attenzione è stata rivolta alla casa e ai sistemi domotici per rendere le abitazioni sempre più facili da gestire anche da remoto. Una casa in grado di trasformarsi in un luogo tecnologicamente avanzato dove ogni el30ettrodomestico o dispositivo hi-tech è in grado di comunicare con i più comuni device e migliorare le normali azioni della vita quotidiana.

Il CES 2017 è stato vetrina per innovative soluzioni per la casa e dispositivi in grado di rispondere perfettamente a tutte le esigenze dei consumatori grazie al collegamento Wi-Fi e al cloud. Tra le proposte che hanno attirato l’attenzione dei consumatori troviamo i frigoriferi intelligenti con collegamento Internet per tenere traccia della scadenza degli alimenti, avere la lista della spesa aggiornata o fare direttamente gli acquisti online; altrettanto innovativi, i letti in grado di migliorare il sonno, riscaldare i piedi e cambiare posizione per far smettere di russare; e ancora robot con intelligenza artificiale che aiutano a fare le pulizie di casa, aiutano gli anziani o tengono d’occhio i bambini. Molto interessanti i nuovi televisori Oled, le smart TV e la risoluzione in 8k che presto sostituirà i 4k, le nuove lavatrici studiate per ogni tipo di tessuto e con sistema di asciugatura, e i sistemi di gestione e smaltimento dei rifiuti. Tra i gadget più insoliti lo specchio che suggerisce la crema viso da utilizzare, il maggiordomo virtuale, lo spazzolino da denti connesso, la culla 2.0, la doccia che si controlla da remoto per garantire il massimo relax. Verrebbe da dire che casa del futuro non è più fantascienza…

Scopri come gestire la complessità dell’IOT con iNebula Connect View

 

 

Fonte: www.cosedicasa.it

 

Marca temporale per i documenti aziendali: obblighi e scadenze

> pubblicato in News, Rassegna Stampa
> il 24 gennaio 2017

Sono ormai tanti anni che la società moderna è entrata nell’era della digitalizzazione, infatti tante sono le operazioni, dalle più complesse alle più semplici e banali, che è possibile eseguire per via informatica.

Procedure economiche, amministrative e legali stanno ormai subendo il passaggio dal cartaceo al digitale, per una maggiore convenienza e una maggiore sicurezza dell’utente.

Tra i tanti servizi digitali che sono emersi negli ultimi anni spicca la MARCA TEMPORALE DIGITALE. Si tratta di un importante servizio che viene offerto da un Certificatore Autorizzato, consistente in una sequenza di caratteri rappresentanti un determinato momento temporale (ora e data), al fine di accertare e ufficializzare il contenuto di un documento informatico.

La marca temporale è stata introdotta da ormai diversi anni, infatti la prima fonte risale al “Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri” datato 13 gennaio 2004. Il decreto in questione enunciava la regolamentazione riguardante la formazione, duplicazione, riproduzione, trasmissione e conservazione dei documenti informatici. Tale fu la base che portò all’introduzione della marca temporale. Quest’ultima può essere utilizzata sia su documenti privi di firma digitale, ufficializzandone il contenuto e conferendogli una ubicazione temporale, sia su documenti contenenti la firma digitale. In quest’ultimo caso, la marca ufficializzerà l’esatto momento in cui il documento in questione è stato creato, archiviato o inviato.

Apponendo la marca temporale in un documento informatico, contenente firma digitale, si ottiene il risultato di convalidare la firma, anche nell’ipotesi in cui il certificato della firma sia scaduto, garantendone la validità anche con il passare del tempo, purchè ovviamente la marca sia stata apposta prima della scadenza.

Naturalmente è importante precisare che il servizio di marcatura temporale non è legato a quello di firma digitale, pertanto anche coloro che non usano la firma digitale possono acquistare ed utilizzare la marcatura temporale rifornendosi da altri soggetti. Molteplici sono i vantaggi di tale servizio, più importante e fondamentale è sicuramente la possibilità di attribuire una collocazione temporale, ufficializzandone la data e l’ora, ad un documento informatico, direttamente da casa utilizzando il proprio personal computer. La marca può essere applicata a qualunque tipo di file, però è consigliabile utilizzare il formato .pdf, infatti questi ultimi trattandosi di file statici non presentano il rischio di compromettere la validazione temporale con eventuali modifiche.

 

Tanti sono i soggetti che effettivamente necessitano di questa tipologia di servizio, pochi però sono quelli che effettivamente sono ben documentati sul come ottenerlo.

Per usufruire del servizio di marca temporale bisogna innanzitutto comprare un pacchetto di marche ed ovviamente essere in possesso di un account presso un gestore autorizzato, come ad esempio Aruba, uno dei maggiori gestori autorizzati al servizio di firma digitale, posta elettronica certificata e marche temporali.

Nel caso di questo particolare gestore coloro che usufruiscono anche del servizio di firma digitale godono di determinati software, nei quali è possibile configurare l’account. Chi invece non usufruisce della firma digitale dovrà semplicemente scaricare ed installare nel proprio computer l’apposito software, direttamente dal link presente all’interno della mail di attivazione del servizio. Una volta installato dovrà essere configurato con i dati dell’account. Fatto questo sarà possibile utilizzare le proprie marche temporali, in qualsiasi momento ve ne sia bisogno.

Le marche non possono essere acquistate singolarmente, ma in gruppi che vanno da un minimo di cinquanta ad un massimo di cinquecento. Ogni gruppo di marche ha un costo abbastanza basso, costo che in proporzione diminuisce acquistando i gruppi maggiori. Infatti mentre quello da cinquanta costa circa 12,50€ più Iva( circa venticinque centesimi a marca), quello da cento costa ventidue euro più Iva (ventidue centesimi ognuna), e così via acquistando gruppi sempre maggiori il costo di ogni marca diminuisce, fino al gruppo maggiore di 500 marche avente il costo di novanta euro (appena 18 centesimi ognuna).

Da tutto ciò risulta abbastanza palese l’elevata convenienza delle marche temporali, un servizio che negli ultimi anni ha rivoluzionato il sistema dei documenti informatici. Ormai ufficializzare la data di un documento risulta essere un meccanismo veloce ed economico, atto a semplificare il lavoro di molteplici figure professionali.

Vi ricordiamo poi l’adempimento annuale relativo al versamento dell’imposta di bollo per l’archiviazione sostitutiva dei documenti aziendali che ha ancora al momento una particolare metodologia di liquidazione che prevede un versamento in acconto e saldo che si effettua entro il 31 gennaio di ciascun anno fino al 2013. Dal 2014 invece il versamento si ha in un’unica soluzione ma per quanto riguarda le nuove modalità di calcolo e versamento con modello f24 potete cliccare sulle parole evidenziate che vi riportato all’articolo di approfondimento.

 

Fonte: http://www.tasse-fisco.com/

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